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La società civile sede privilegiata della democrazia 

La società civile sede privilegiata di democrazia

Gustavo Zagrebelsky, 08-11-2009

La democrazia è in crisi e la società civile non sta meglio. Le difficoltà dell’una sono le difficoltà dell’altra.

Sulla crisi della democrazia, non mi pare che ci sia molto da dire, in più di quel che sappiamo. Se non bastasse la realtà di cui tutti facciamo esperienza nei piccoli e grandi rapporti di vita quotidiana - prima ancora che nella vita delle istituzioni -, ci sono studi ponderosi che parlano della democrazia odierna nella luce spettrale di un “totalitarismo capovolto”. Si elaborano griglie concettuali per “misurare” le democrazie esistenti, e ciò meno per rilevare progressi, e più per attestare regressi verso il punto-zero al di là del quale, di democratico, resta la forma ma non la sostanza. Ritornano antiche immagini biologiche delle società, paragonate ai corpi naturali viventi che, come nascono, sono destinati a morire. Nulla, nelle opere degli uomini è eterno e così, oggi, quest’idea del ciclo vitale si applica alla democrazia. La caduta dei totalitarismi del secolo scorso sembrava avere aperto l’èra della vittoria della democrazia su ogni altra forma di governo degli uomini. Dalla seconda metà del secolo XX, si cominciò a mettere tutte le concezioni e le azioni politiche in rapporto con la democrazia, diventata quasi un concetto idolatrico comprensivo di tutte le cose buone e belle riguardanti gli Stati e le società, in tutte le loro articolazioni, dalla famiglia, al partito, al sindacato, alle Chiese, alla comunità internazionale. Questa connotazione positiva era un rovesciamento di antiche convinzioni. Fino allora, la democrazia era stata associata all’idea della massa senza valore, egoista, arrogante, faziosa, instabile e perciò facile preda dei demagoghi. Il giudizio negativo di Platone fece scuola nei secoli: la democrazia come regime in cui il popolo ama adularsi, piuttosto che educarsi: «un tal governo non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo».

Oggi, nel senso comune, non c’è un ri-rovesciamento a favore di concezioni antidemocratiche. C’è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un “lasciatemi in pace” con riguardo ai discorsi democratici che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio della forza e, nelle parole dei deboli, spesso suonano come vuote illusioni. Non c’è bisogno di consultare la scienza politica per incontrare sempre più frequentemente una semplice domanda - «democrazia: perché?» -, una domanda che, solo a formularla, suona come espressione del disincantamento a-democratico del tempo presente e mostra tuttavia l’oblio di una durissima verità: che, salve le differenze esteriori, prima della democrazia c’è stata una dittatura e, dopo, ce ne sarà un’altra.

Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della “società civile”. È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.
Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino “visioni del mondo”, che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene – privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione - da tutelare.

Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.

Ma, se questo – la sopravvivenza - è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più.

Con queste considerazioni, si spiega l’orientamento che a poco a poco prende piede, a favore di un ri-disegno dei rapporti tra i poteri costituzionali, con l’esecutivo predominante sugli altri. L’investitura popolare diretta del capo, depositario d’un potere tutelare illimitato, contrariamente all’apparenza di parole d’ordine come innovazione, trasformazione, riforme, decisione, ecc. è perfettamente funzionale alla sconfitta della politica democratica, cioè della politica che trae alimento dalla vitalità della società civile. Non solo: più facilmente, sarà funzionale alla sconfitta della politica tout court e alla vittoria della pura amministrazione dell’esistente, cioè alla cristallizzazione dei rapporti sociali esistenti. Di per sé, il pericolo non è l’autoritarismo, anche se può facilmente diventarlo, le volte in cui si tratta di cancellare o reprimere istanze politiche non integrabili nell’amministrazione dell’esistente. Il pericolo immediato è la garanzia della stasi, cioè la decomposizione ulteriore della nostra società in emarginazioni, egoismi, ingiustizie, illegalità, corruzione, irresponsabilità.

Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione. L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo. Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla “partitocrazia” e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà.

Ora, siamo come a un bivio. La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza – cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto – perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato? Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine.

Qui si innesta il compito della società civile, nei numerosissimi campi d’azione che le sono propri, e delle sue tante organizzazioni che operano spesso ignorate e sconosciute, le une alle altre. La formula di democrazia politica che la Costituzione disegna è per loro. La sua difesa è nell’interesse comune. Non c’è differenza, in questo, tra le associazioni che operano per la promozione della cultura politica e quelle che lavorano nei più diversi campi della vita sociale. C’è molto da fare per unire le forze. E c’è molto da chiedere a partiti politici che vogliano ridefinire i loro rapporti con la società civile: innanzitutto che ne riconoscano quell’esistenza che troppo spesso è stata negata con sufficienza, e poi si pongano, nei suoi confronti, in quella posizione di servizio politico che, secondo la Costituzione, è la loro.

* Testo integrale dell'intervento di Gustavo Zagrebelsky al convegno Fare democrazia, Genova, Palazzo ducale, 8 novembre


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Vent'anni dalla caduta del muro di Berlino 

mercoledì 11 novembre via Pietro Giuria 56

Conversazione con la Prof. Donatella Ponti sul ventennale della caduta del muro di Berlino
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Domande alle forze di opposizione 



Alla vigilia delle elezioni regionali chiediamo alle forze di opposizione di voler rispondere in modo preciso ed esauriente ai quesiti che vi sottoponiamo, indicando i documenti di riferimento ( testi di programma, disegni di legge,ecc.). Soltanto trasparenza e collaborazione fra strutture politiche e cittadine e cittadini potrà far rinascere la fiducia in un’opposizione che aspiri a divenire forza di governo.


LAICITÀ Come intendete regolare i rapporti tra stato e confessioni religiose? Siete favorevoli all’insegnamento a scuola della religione? Se sì, quale tipo di disciplina intendete sostenere? ( storia del cristianesimo, storia delle religioni ecc.)
Qual è la vostra posizione sui diritti civili : procreazione assistita, fine vita, ricerca sulle staminali, coppie di fatto ?
Come intendete affrontare le problematiche di convivenza sociale interreligiosa e interculturale?

AMBIENTE
Fonti energetiche
Pensate che il tetto di emissione della CO2 imposto all’Italia dalla UE sia importante per motivi economici e\o ambientali? Quali tipi di provvedimenti intendete prendere per diminuire le emissioni? (Incentivi per il risparmio energetico e l’aumento dell’efficienza, costruzione di centrali nucleari, incentivi per la messa a punto di nuove tecnologie, aumento di nuove fonti energetiche)
Siete favorevoli all’istallazione del nucleare?
Se sì, spiegate come paese geologicamente a rischio terremoti, frane, alluvioni, intendete garantire la sicurezza degli impianti e come risolvere il problema dello smaltimento delle scorie.
Se contrari indicate le ragioni scientifiche del vostro rifiuto.
Tutela del territorio come intendete organizzare la tutela del territorio?
Tutela dell’acqua Siete favorevoli o contrari alla privatizzazione delle reti idriche?
Se favorevoli indicate in quale modo si può tutelare un bene pubblico attraverso gestioni private.

GIUSTIZIA – In che modo pensate di sveltire e restituire efficacia alla giustizia, che non solo le leggi ad personam ma anche le ultime riforme, a partire dal 1988, hanno contribuito ad ingolfare e ad annacquare? Quale progetto per promuovere la certezza della pena, per fare prevalere la questione morale su quella “immorale”, che dilaga nel Paese, politica in primis?


ECONOMIA E LAVORO – Come proponete di uscire dalla crisi, tutelando produzione e lavoro, economia e solidarietà?
Immaginate percorsi diversi dalla crescita insostenibile del PIL per uscire dalla crisi e riattivare la produzione? Cosa pensate del salario di cittadinanza? Quale modalità intendete sostenere riguardo al rinnovo dei contratti?


IMMIGRAZIONE – Come pensate di conciliare concretamente l’accoglienza, che ci appartiene, con i massicci movimenti mondiali che sconvolgono i consueti assetti e creano insicurezza?
Quando e come un immigrato matura il diritto ad acquisire la cittadinanza?


SICUREZZA Quali strumenti intendete introdurre nel campo della sicurezza? In particolare per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, la sicurezza stradale, la tutela del risparmio.

SICUREZZA E CRIMINALITÀ
Come intendete riorganizzare il controllo del territorio contro la criminalità?
Quali provvedimenti finanziari intendete introdurre nella lotta alla malavita organizzata.

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