SCHEDE Migranti- Rifugiati



MIGRANTI, RIFUGIATI
“Migranti sono una parte di quelli che si sono salvati, che non sono finiti nelle profondità delle acque del mare, sono quelli che hanno lasciato i propri paesi, i propri cari sperando in una vita migliore, in un aiuto per i poveri parenti rimasti, e che invece hanno trovato solo lavori pesanti, paghe miserabili e, oltre a tutto, disprezzo per la loro “diversità”. Dovremmo ogni giorno chiedere scusa a questa gente, colpevole solo di essere nata nel paese sbagliato”.
Così scriveva Carla Pignata nell’introduzione al nostro librino, Siamo tutti migranti (Donne per la difesa della società civile, 2009), sottolineando la sorte precaria di chi cerca un futuro migliore e il genere di accoglienza che i migranti spesso incontrano.
Un paio di mesi fa, Silvana Appiano ha lanciato l’idea di occuparci, come associazione, di rifugiate e di minori. Messe insieme un po’ di informazioni, abbiamo preparato questa breve scheda introduttiva.
Migranti
I movimenti migratori, che si verificano da sempre nella storia, sono causati da molteplici ragioni: guerre, persecuzioni, espulsioni coatte, ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro ecc. La stragrande maggioranza dei migranti si ferma nei paesi confinanti coi (o vicini ai) loro paesi d’origine (in Etiopia, Sudan, Giordania, Turchia, Pakistan, Nepal, India, Uganda, Kenya, Ciad ecc.), dove sono assistiti dall’UNHCR (Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati), o da altri organismi umanitari, in campi di raccolta dove rimangono spesso anni ed anni. Quelli che attraversano i deserti ed il mare sono una piccola parte, i più sfortunati che non hanno trovato un campo di raccolta, o i più coraggiosi. L’argomento “non possiamo ospitare tutti i miserabili della terra” non regge, le statistiche degli arrivi parlano chiaro: non ci sono milioni di persone alle porte. La controprova è data dalla Germania che ad un certo punto si è trovata qualche centinaio di migliaia di profughi alle porte proprio perchè si trattava di vicini di casa, profughi dei Balcani, di paesi vicini e storicamente orientati verso l’Austria e la Germania.
La migrazione è un fenomeno inarrestabile e non episodico. Occorre quindi affrontarlo non come un’emergenza, ma come una costante, con mezzi seri e programmi a lungo termine.
Paese di emigrazione fino agli anni ‘60, l’Italia oggi è diventato un paese di destinazione sia per rifugiati che per migranti economici. Su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, si stima che i cittadini di stati terzi siano tra i 4 e i 5 milioni. Molti di quelli che arrivano sono persone che fuggono da carestie o condizioni economiche e di vita subumane, ma ci sono anche piccoli commercianti, imprenditori, persone che hanno parenti o amici cui ricongiungersi. Alcuni intendono fermarsi da noi, altri considerano l’Italia terra di transito, desiderando raggiungere altri paesi della UE. Dalla registrazione agli uffici di frontiera in poi, le diverse storie e necessità di chi arriva trovano svariati canali di accoglienza. Un lavoro spesso molto lungo e complesso, dato che per i migranti manca una legislazione europea sostanzialmente uniforme. L’Ue, in materia di accoglienza e di procedure, si è finora riservata il compito di armonizzare le legislazioni nazionali attraverso direttive, mentre continuano ad essere i singoli Stati membri ad avere competenza specifica in materia.
Rifugiati
L’orientamento verso i migranti segue la seguente distinzione: migranti volontari (per congiungimento familiare, per migliorare la propria posizione economica, piccoli imprenditori ecc.) e migranti forzati (carestie, guerre, persecuzioni, violenze sessuali, conflitti politici). I migranti forzati sono quelli che necessitano di protezione e di inserimento nei programmi assistenziali. Si tratta di persone che, prima di essere travolte da eventi drammatici, avevano una famiglia, una casa, un lavoro: professionisti, contadini, insegnanti, operai che, fuggendo dal proprio paese, hanno perso tutto. Quelli fra di loro che sono costretti a fuggire perchè vittime di una persecuzione o per sfuggire ad una guerra hanno il diritto di essere formalmente riconosciuti come rifugiati o come beneficiari di protezione sussidiaria. Si tratta quindi di persone che, se aiutate a integrarsi, possono apportare un notevole contributo sociale e culturale al paese d’asilo.
In Europa i rifugiati riconosciuti, compresi i beneficiari di protezione sussidiaria, sono stimati intorno ai 2.500.000 e la loro distribuzione non è affatto omogenea: si passa da paesi come la Svezia che ospita 20 rifugiati ogni 1000 residenti a paesi dell'Europa meridionale che ne hanno 5 ogni1000.
In Italia i rifugiati sono circa 23.000 e la loro condizione si presenta particolarmente delicata.
L'iter che deve affrontare chi arriva nel nostro paese, al momento della richiesta di "rifugio", risulta alquanto farraginoso e dispersivo.
In seguito al deposito della propria domanda presso la Polizia di frontiera o la Questura (procedura suddivisa in diversi momenti) il richiedente ha il diritto di soggiornare in Italia e di muoversi liberamente nel territorio, ma non può lavorare né studiare poiché non detiene alcun riconoscimento ufficiale relativo alla propria condizione. Teoricamente, nell' arco di 30 giorni dovrebbe essere convocato presso una delle dieci Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale per esporre la propria storia e le motivazioni a sostegno della richiesta. La Commissione territoriale è composta da un funzionario della carriera prefettizia, un funzionario di polizia, un rappresentante dell’UNHCR ed un rappresentante dell’ANCI; essa dovrebbe adottare la sua decisione nei tre giorni successivi all’audizione.
La Commissione può decidere di accordare lo status di rifugiato, cioè la protezione internazionale ONU che permette di godere degli stessi trattamenti riservati ai cittadini italiani, il diritto a un permesso di soggiorno di 5 anni, sempre rinnovabile, e la possibilità di chiedere il ricongiungimento familiare; può accordare lo status di beneficiario della protezione sussidiaria (diritto a un permesso di soggiorno di 3 anni, rinnovabile) o accordare un permesso temporaneo “per motivi umanitari”( permesso di soggiorno di 1 anno, rinnovabile). La Commissione può infine respingere la domanda di protezione. Contro questa decisione è possibile un ricorso giurisdizionale, che però non ha di per sè effetto sospensivo; questo effetto può essere accordato dal giudice del ricorso, ma nel frattempo il prefetto o il questore possono decretare l’espulsione del richiedente e darne esecuzione.
Il rifugiato è posto sotto la protezione dello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), costituito da una rete di enti locali che accedono, nei limiti delle risorse disponibili – del tutto inadeguate rispetto al numero degli aventi diritto - al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo. A livello territoriale gli enti locali, con il supporto delle realtà del terzo settore, cercano di garantire (ma le risorse a loro disposizione restano del tutto insufficienti) interventi di accoglienza integrata, cioè non solo la distribuzione di vitto e alloggio, ma anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.
L’UNHCR vigila perchè sia garantito il godimento dei diritti umani fondamentali alle persone sradicate o apolidi che si trovano nel paese d’asilo o di residenza abituale, in particolare perchè i rifugiati non siano rinviati contro la propria volontà in un paese nel quale potrebbero essere oggetto di persecuzione. Più a lungo termine, l’organizzazione assiste i rifugiati nel trovare soluzioni durevoli alla propria drammatica condizione, attraverso il rimpatrio volontario nel proprio paese d’origine, l’integrazione nei paesi d’asilo o il reinsediamento in paesi terzi. In molti paesi, lo staff dell’UNHCR lavora al fianco di altri partner in luoghi anche molto diversi fra loro, dalle città fino ai campi più isolati e alle aree di confine. Gli operatori umanitari sono impegnati nel tentativo di promuovere, offrire protezione legale e fisica, e ridurre al minimo la minaccia di violenza - anche su base sessuale - di cui molti rifugiati sono vittime anche nei paesi d’asilo. Inoltre, nelle fasi immediatamente successive a ogni esodo di rifugiati, lo staff dell’agenzia cerca di garantire un livello minimo di alloggi, cibo, acqua e cure mediche, tenendo in considerazione le necessità specifiche di donne, bambini, anziani e disabili.
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Nel 1954 l’Italia ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati e, nel 1972, il relativo Protocollo addizionale. Da allora, il Paese ha sviluppato un proprio sistema di asilo ed ha partecipato alle iniziative dell’UE mirate ad armonizzare le politiche in materia di asilo e migrazione, nonché a stabilire un sistema di asilo comune, anche in forza dell’art.10 comma 3 della Costituzione:
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Quindi, l’Italia recepisce le indicazioni delle Nazioni Unite e le direttive europee, ma ha finora rifiutato (e non è la sola) di elaborare un testo unico specifico per i richiedenti asilo, i soli per i quali è tenuta, tanto sul piano internazionale che sul piano europeo, a garantire la protezione.
Inoltre, nella pratica è raramente in grado di onorare i suoi impegni, in particolare per quanto riguarda i tempi dell’accoglienza dei rifugiati, la sistemazione, l’inserimento e il lavoro.
Dal momento della fuga dal proprio Paese, al viaggio verso destinazioni spesso non scelte ma subite; dall'approdo in Italia, all'inserimento in percorsi di accoglienza lacunosi, il sistema nazionale italiano, cronicamente sottodimensionato rispetto alle reali necessità, mostra tutte le sue pecche: mancanza di solide reti sociali cui appoggiarsi, progetti per lo più assistenzialistici anziché sostenitori dell'autonomia.

Enza Reina, Il difficile percorso delle rifugiate
(CentrRivistaBABo Interculturale>di enza reina)

Dall'ufficio statistico dell’UNHCR risulta che circa il 50% dell' intera popolazione di profughi e rifugiati è costituito da donne e ragazze che rappresentano una delle categorie più vulnerabili.
La Convenzione del 1951 non contemplava la possibilità di persecuzioni dovute al sesso, alla sessualità o al genere, ma a partire dal 1985 proprio l'UNHCR ha cercato di garantire una protezione adeguata alle donne, soprattutto nei casi di persecuzioni quali le violenze sessuali in situazioni di conflitto, gli aborti e la sterilizzazione forzata, le mutilazioni dei genitali femminili o gravi discriminazioni dovute alla trasgressione di consuetudini sociali. Molti stati hanno elaborato linee guida per la valutazione delle richieste di asilo legate al genere e un numero crescente di paesi riconoscono alle donne lo status in seguito a persecuzioni come il matrimonio forzato o la violenza domestica. È inoltre stato stabilito che lo stupro e altre forme di violenza sessuale costituiscono una persecuzione quando vengono perpetrate o tollerate dai pubblici ufficiali.
Le donne e le ragazze diventano spesso profughe o rifugiate in conseguenza ad una violenza subita. (compresa la violenza sessuale). Esse continuano ad essere esposte al pericolo durante l’esodo, la permanenza nei campi profughi, il soggiorno nel paese di asilo e di nuova residenza, nonché durante e dopo il rimpatrio. Alcune analisi rivelano che le donne e le ragazze sono troppo spesso costrette ad intraprendere attività sessuali in cambio di cibo e di altri beni di prima necessità all'interno dei campi profughi, e sovente la possibilità di travalicare i confini è soggetta a condizioni umilianti o al pagamento di una tangente molto alta.

La maggior parte delle donne in fuga non arriva a chiedere asilo all'estero ed il contagio dell'AIDS, in particolar modo per quelle provenienti dalle regioni africane, le espone ad un aspettativa di vita molto breve.
I minori
Anche i bambini sono le vittime principali di molte minacce. Nel caos del conflitto e dello sradicamento, i bambini spesso corrono il rischio di essere separati dalle loro famiglie, il che si rivela un trauma potenzialmente più devastante dello stesso sradicamento. I "minori non accompagnati" sono più vulnerabili di tutte le altre categorie vulnerabili. Le bambine rischiano di subire violenze, sfruttamento ed abusi, mentre i ragazzi corrono il rischio di un reclutamento precoce presso gruppi di guerriglieri.

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Come si è visto, le rifugiate e i minori costituiscono l’anello più debole della catena della migrazione.
Provengono molto spesso da situazioni difficilissime, vengono da sole o con i figli, molte sono analfabete e devono quindi superari doppi, tripli ostacoli per l’apprendimento e l’inserimento. A Torino vengono seguite da diverse Associazioni convenzionate col Comune, che operano attraverso progetti finanziati.
Per notizie dirette abbiamo contattato l’Associazione “Mosaico” che ha già condotto molti progetti e che da novembre di quest’anno cura un progetto multietnico rivolto alle donne. “Mosaico” ha anche aperto alla Casa del Quartiere uno sportello d’informazione e orientamento per le rifugiate, aperto al venerdì dalle 14 alle 16.30. Silvia, dell’Associazione “Mosaico”, assieme a Colette, giornalista e traduttrice congolese, rifugiata, sono le animatrici di questo progetto di ascolto ed è a loro che ci siamo rivolte.
Ascoltanto i consigli e l’esperienza di Silvia e Colette cercheremo di capire se sia possibile per la nostra associazione dare un aiuto, e di che tipo, anche a una sola rifugiata di “Mosaico”, e/o eventualmente a qualche minore.
Torino, 27 novembre 2013
“Donne per la difesa della società civile - Maria Ferrero”









Allegato a MIGRANTI E RIFUGIATI
Tratto dal sito svizzero di Amnesty International:
http://www.amnesty.ch/it/doc/temi/asilo-e-migrazione/diritto-d-asilo-domande-e-risposte
Si definisce con il termine rifugiato una persona che è fuggita dal paese di cui detiene la nazionalità o che è costretta a fuggire per mettersi in sicurezza in un altro paese. Avendo lasciato la propria patria non può beneficiare dei diritti umani garantiti dal suo Stato di appartenenza. Per questo motivo il diritto dei rifugiati garantisce una protezione internazionale.
Un concetto fondamentale del diritto dei rifugiati è il principio del non-refoulement (non respingimento) che vieta a uno Stato di rinviare un rifugiato verso un paese in cui la sua vita potrebbe essere minacciata. Il diritto dei rifugiati contiene inoltre garanzie minime in materia di diritti umani, come ad esempio il diritto alla sicurezza, alla libertà di pensiero e di religione, il diritto alla protezione dalla tortura e da altri trattamenti degradanti. I rifugiati hanno pure accesso ai diritti economici e sociali, come le cure mediche, l’educazione e il mercato del lavoro.
» Chi è un rifugiato?
Tutte le persone che fuggono dal proprio paese non sono automaticamente dei rifugiati ai sensi della legge. Il diritto internazionale ha definito come rifugiato “chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”. ( Articolo 1, capoverso 2 della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati).
Contrariamente a quanto si crede, una persona non deve per forza essere fuggita dal proprio paese per essere considerata come rifugiato. Ai sensi del diritto può essere rifugiato anche colui che si è recato all’estero come turista, studente o lavoratore ed improvvisamente si trova di fronte ad un cambiamento di regime in patria (motivi di fuga obiettivi).
Lo stesso principio si applica a coloro che, dopo la loro partenza, iniziano ad impegnarsi attivamente contro il governo del loro paese e quindi temono delle persecuzioni in caso di rientro in patria (motivi di fuga soggettivi).
Diversi paesi, tra i quali anche la Svizzera, non garantiscono l’asilo in questi casi ma rispettano il divieto di respingimento.
L’elemento centrale della nozione di rifugiato è “il timore fondato di persecuzione”. Quindi la persona richiedente l’asilo deve aver già subito grave danno di una certa intensità o almeno essere stata seriamente minacciata. Sono considerati come danni seri: la tortura, l’assassinio, i trattamenti disumani e l’incarcerazione di lunga durata.
La semplice discriminazione o la violazione dei diritti economici, sociali e culturali non sono in regola generale sufficienti, salvo se minacciano l’integrità corporale. Questi abusi sono in generale inflitti dallo Stato o dalle sue istanze. Ma quando una persona è perseguitata da individui privati e lo Stato non è in grado, o non ha la volontà, di agire in modo efficace contro questi fatti, allora si tratta di un motivo di fuga.
Un’altra condizione è che i pregiudizi inflitti alla persona siano stati mirati e dettati da motivi legati alla persecuzione (razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale, opinione politica). Inoltre il danno deve essere già avvenuto ed essere il motivo alla base della fuga, oppure la fuga per timore di future persecuzioni deve essere attuale e fondata su criteri obiettivi: la minaccia deve quindi essere sufficientemente verosimile.
Infine, secondo la pratica di numerosi Stati, la possibilità di fuga all’interno del proprio paese deve essere inesistente.
Cosa significa il principio del non-refoulement (non respingimento)?
Il principio del non-respingimento è un elemento essenziale della Convenzione di Ginevra relativa allo statuto di rifugiato (articolo 33). Questo principio vieta l’espulsione e il rinvio di una persona “verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.
Questo principio protegge sia i rifugiati riconosciuti che i richiedenti asilo. Il principio del non-respingimento è diventato parte integrante del diritto internazionale pubblico in vigore e quindi tutti gli Stati sono obbligati a rispettarlo.
A quali persone si applica la Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiato?
I rifugiati sono dei civili. I soldati non possono essere dei rifugiati. Le persone che hanno preso parte a crimini di guerra, a delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale non possono essere riconosciute come rifugiati.
Inoltre un rifugiato deve aver subito una persecuzione individuale: le persone che fuggono da pericoli generici causati da un conflitto armato non sono riconosciute come rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra. Sono protette però dalla nozione di rifugiato elaborata in un secondo tempo dalla Convenzione africana relativa ai rifugiati del 1967, la cui validità è però limitata all’Africa.
Persone che sono state processate a causa delle loro attività politiche possono essere riconosciute come rifugiate. Per contro però delle persone processate nell’ambito di una procedura equa per aver commesso delle infrazioni alla legge e che fuggono dalla pena che è stata loro inflitta non sono riconosciute come rifugiate.
Quali sono i problemi specifici che incontrano le donne rifugiate?
Le donne possono subire persecuzione per gli stessi motivi degli uomini. Ciononostante le donne sono spesso perseguitate per delle ragioni specifiche legate al loro sesso – ma il loro sesso non è considerato come un motivo legittimo per la persecuzione.
Oggi nella maggior parte dei casi le donne sono riconosciute come rifugiate quando sono vittime di gravi discriminazioni per non aver rispettato determinate norme sociali. Che la persecuzione sia statale oppure privata non ha importanza se lo Stato non protegge la donna. Quindi, ad esempio, una donna può essere riconosciuta come rifugiata se rifiuta di indossare il chador o se vuole vivere una vita indipendente, e per questa sua scelta rischia la persecuzione.
Lo stupro e le violenze sessuali possono essere un motivo valido – a condizione che la donna non abbia potuto ricorrere alla protezione statale. In numerosi paesi la mutilazione genitale femminile può essere un motivo per ottenere lo status di rifugiato. Ma è spesso più difficile per le donne sottrarsi alla persecuzione e accedere ai luoghi dove una protezione internazionale può essere loro garantita.
Le persone in fuga dalla guerra o dalla “pulizia etnica” sono anch’esse rifugiate?
I conflitti sono la causa dei più importanti flussi di rifugiati. La Convenzione di Ginevra, il più importante strumento di protezione dei rifugiati, non prende però esplicitamente posizione in merito. La Convenzione esige una persecuzione individuale, ovvero che la persona abbia subito pregiudizi mirati alla sua persona. Alcune convenzioni regionali relative allo status di rifugiati (per esempio in Africa e in America latina) partono però dal principio che una persona possa essere considerata come rifugiata dal momento in cui il suo Stato d’origine non la può più proteggere. Quando, a causa di un conflitto, un paese vede un forte afflusso di rifugiati può accordare una “protezione temporanea” poiché l’espulsione dal paese in questi casi è inaccettabile. Hanno reagito così diversi paesi europei di fronte a un importante afflusso di rifugiati dall’ex Jugoslavia e dal Kossovo durante il conflitto. La protezione temporanea non è una garanzia di asilo a lunga durata.
Amnesty International ritiene che debba essere considerata come rifugiato qualsiasi persona perseguitata in modo mirato nel proprio paese, paese nel quale non beneficia di alcuna protezione, indipendentemente da quale sia la fonte della persecuzione.
Quali sono gli accordi che definiscono i diritti e i doveri dei rifugiati?
La Convenzione di Ginevra relativa allo statuto di rifugiato del 1951 è la base che stabilisce diritti e doveri dei rifugiati. Questo documento presenta inoltre una definizione della nozione di rifugiato legalmente vincolante nell’ambito del diritto internazionale e regolamenta in modo dettagliato i diritti e i doveri del rifugiato nel paese d’accoglienza. La convenzione accorda al rifugiato riconosciuto dei diritti, come la libertà di religione e di movimento, il diritto al lavoro, alla formazione e di possedere dei documenti di viaggio. Il punto essenziale di questo documento è il principio del non-respingimento, ovvero il divieto di espulsioni forzate e di rinvio di una persona verso uno Stato in cui è minacciata di persecuzione. Il protocollo aggiuntivo del 1967 toglie le limitazioni geografiche e temporali contenute nell’accordo del 1951, secondo il quale in seguito ai fatti avvenuti prima del 1 gennaio 1951 erano principalmente i cittadini europei a poter chiedere asilo.
Chi è responsabile della protezione dei rifugiati?
La responsabilità per la protezione dei rifugiati spetta in primo luogo ai governi dei paesi d’accoglienza. In Svizzera i richiedenti l’asilo sono interrogati sui loro motivi di fuga dalle Autorità cantonali o federali. L’Ufficio federale della migrazione (UFM) decide se la persona aveva motivi sufficienti per fuggire dal proprio paese e se la richiesta di asilo può essere accolta.
Con la nuova “Legge sull’asilo” non c’è più possibilità di ottenere domanda d’asilo se il richiedente non presenta entro 48 ore un documento di viaggio o d’identità, o se la mancata consegna di questi documenti non può essere ritenuta credibile.
La differenza sostanziale rispetto alla procedura precedente sta nel tipo di documenti depositati. Ora documenti quali la patente o dei certificati di nascita non sono più sufficienti per dare inizio a una procedura d’asilo. Queste disposizioni più rigide contraddicono l’aspetto centrale del diritto dei rifugiati, secondo il quale deve essere garantita la protezione delle persone perseguitate. L’inasprimento delle disposizioni relative ai documenti della Legge svizzera sull’asilo sono state criticate dall’Alto commissariato ONU per i rifugiati e dal Commissario per i diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa.
In molti paesi l’interrogatorio dei richiedenti l’asilo e le decisioni sulle domande inoltrate sono affidate al personale dell’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati (UNHCR). L’UNHCR esercita una funzione di controllo in tutti gli Stati e interviene qualora sussista il rischio di rinvio verso paesi persecutori. Inoltre l’Alto commissariato è a disposizione di tutti i paesi in caso di complicazioni o questioni da risolvere.
Qual è la differenza tra richiedente asilo e rifugiato?
Un rifugiato si distingue da un richiedente asilo perché il suo status di rifugiato è stato riconosciuto da un governo.
Un richiedente asilo è un persona che è alla ricerca di protezione internazionale ma non l’ha ancora ottenuta. Si tratta spesso di persone in attesa di sapere se le autorità di un paese hanno deciso di accordare loro lo statuto di rifugiato oppure no.
Qual è la differenza tra un migrante e un rifugiato?
Si definisce migrante una persona che si stabilisce (volontariamente) in un paese diverso dal suo per motivi economici, politici o relativi alla sua sicurezza. Se questa persona decide di fare rientro nel paese di cui detiene la nazionalità può nuovamente beneficiare della protezione accordata dalle autorità nazionali.
I rifugiati lasciano il proprio paese a causa di persecuzioe e per questo non possono fare rientro nel proprio paese.
I migranti non sono protetti dal diritto dei rifugiati, ma dai diritti umani.
L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), con sede a Ginevra, ha adottato numerosi accordi giuridici internazionali vincolanti dedicati in particolare ai diritti dei migranti. Dal 2003 è in forza una Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti, fatto che sottolinea l’importanza dell’accordare loro una protezione specifica. Purtroppo questa Convenzione non è stata ratificata dai paesi occidentali.
Cosa distingue uno sfollato interno del proprio paese da un rifugiato?
Gli sfollati interni sono rifugiati all’interno del proprio paese. Sono stati costretti a lasciare la regione nella quale vivevano a causa di conflitti armati, violenza generalizzata, violazioni dei diritti umani o catastrofi naturali.
Queste persone si distinguono da rifugiati perché non hanno valicato la frontiera, pur essendo fuggite per gli stessi motivi dei rifugiati. Gli sfollati interni sono protetti dalle convenzioni internazionali sui diritti umani ma non dalla Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiati.
Il problema si pone quando il governo dello Stato di origine delle persone sfollate non può o non vuole proteggerle, per esempio perché appartengono a un’altra religione o etnia, oppure perché difendono una diversa posizione politica.
Negli ultimi anni, Francis M. Deng, ex inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per gli sfollati interni, ha reso pubblici dei principi interazionali relativi allo spostamento di persone all’interno del proprio paese (Guiding Principles on Internal Displacement), che raccolgono 30 raccomandazioni su come i governi e le organizzazioni non governative possono aiutare queste persone.
Ad oggi però non esiste nel diritto internazionale un documento vincolante che protegga nello specifico i diritti e i bisogni degli sfollati interni. Non potendo superare la frontiera nazionale è molto più difficile far pervenire loro gli aiuti internazionali perché è necessario accordarsi con il loro governo.
In Africa, Asia e America latina sono circa 29 milioni gli sfollati interni.
Quali sono i diritti e i doveri di un rifugiato?
Come ogni essere umano anche i rifugiati sono protetti dalle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Inoltre un rifugiato ha diritto alla sicurezza, che gli è garantita in un paese diverso dal suo. Secondo la Convenzione di Ginevra un rifugiato deve avere gli stessi diritti e ricevere la stessa assistenza degli altri stranieri residenti nel paese.
Inoltre i rifugiati beneficiano degli stessi diritti civili fondamentali, come la libertà di pensiero o i diritti economici e sociali. I rifugiati possono inoltre accedere alle cure mediche, alla formazione scolastica, al mercato del lavoro e possono detenere documenti di viaggio.
In cambio i rifugiati devono rispettare le leggi e le disposizioni in vigore nel paese che ha accordato loro asilo.
Cosa succede alle persone che non hanno ottenuto lo status di rifugiato?
Se una persona non può dimostrare che è perseguitata nel suo paese d’origine e se una procedura equa dimostra che è così, può essere respinta dal paese d’accoglienza. Ma prima del rinvio la persona deve avere il diritto di far riesaminare la decisione negativa. Fino al momento del rinvio gli Stati devono rispettare il principio del non-respingimento. La Legge svizzera sull’asilo, dopo la revisione del 2005, autorizza l’accesso alla procedura d’asilo solo alle persone che possono presentare un passaporto o una carta d’identità entro 48 ore dalla presentazione della loro domanda d’asilo. Questa legge viola chiaramente il principio del non-respingimento.

Quali sono le misure in vigore per l’applicazione del diritto dei rifugiati?

A livello nazionale
Sono principalmente gli organismi statali ad avere la responsabilità dell’applicazione del diritto dei rifugiati. I paesi d’accoglienza possono decidere se stabilire o meno lo status di rifugiato a una persona che ne fa richiesta. L’accoglienza di persone straniere è legata alla sovranità nazionale di uno Stato e uno Stato non può essere obbligato ad accogliere determinate persone.
Se uno Stato accorda l’asilo a un richiedente questo non deve essere considerato come un atto ostile verso il paese di origine della persona. L’asilo è un atto sovrano degli Stati e non il diritto di una persona a beneficiarne. Ma ogni persona ha il diritto di cercare protezione in un altro paese contro le persecuzioni che subisce, e ottenerla.
Se uno Stato vuole respingere un individuo deve rispettare delle procedure. La procedura d’asilo è regolamentata dalla legislazione nazionale e non dal diritto internazionale.

A livello internazionale
L’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR) è stato in un primo tempo creato per soli tre anni, dopo la seconda guerra mondiale, per aiutare i rifugiati europei. Dal 1954 il suo mandato è stato regolarmente rinnovato per 5 anni, e dal 2004 per una durata illimitata.
L’UNHCR ha sede a Ginevra e numerose rappresentanze nel mondo. Il compito dell’Alto commissariato è proteggere i rifugiati. Questo significa proteggere la loro vita, la loro sicurezza e la loro libertà, oltre che garantire che non siano rinviati in un paese in cui rischiano la persecuzione.
Quasi contemporaneamente, e come conseguenza al conflitto del 1948, è stato creato il «United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees in the Near East» (UNRWA), incaricato di occuparsi dei rifugiati palestinesi costretti a lasciare la Palestina. La competenza di questa sotto-organizzazione è limitata agli abitanti della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, della Giordania e della Siria. Visto che il conflitto è tuttora in corso il mandato dell’UNRWA è stato regolarmente rinnovato.

In che modo Amnesty International si impegna a favore dei rifugiati?

Amnesty International si impegna ovunque nel mondo per la protezione del diritto d’asilo e per l’applicazione della Convenzione di Ginevra relativa allo statuto di rifugiato.
Alla base del lavoro della Sezione svizzera in materia di diritto d’asilo c’è il principio del non-refoulement. Questo principio vieta il rinvio di rifugiati verso il loro paese se qui sono in pericolo a causa della loro razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o a causa delle loro idee politiche.
Amnesty Svizzera si impegna per una Legge sull’asilo che rispetti i principi stabiliti dalla Convenzione di Ginevra e che garantisca il rispetto dei diritti umani.
In casi particolari Amnesty si impegna per dei richiedenti l’asilo che hanno ricevuto in prima istanza una decisione negativa alla loro domanda, anche se dal loro dossier si può dedurre che la loro vita sarebbe in pericolo se facessero rientro in patria o in un paese terzo. Amnesty reagisce prendendo posizione per i casi individuali, con delle perizie sui paesi o delle perizie psichiatriche.


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