SCHEDE: Storia e cultura del popolo Romani

Conferenza del 08 maggio 2013 presso la Casa del Quartiere di Torino

CD Compilation musiche tzigane:Tracce 1 – 2 – 3: Radu Simion - Pan Pipe Concert

STORIA E CULTURA DEL POPOLO ROMANÌ
Testo di Liuba Schaffer
Legge LIUBA

In Italia quelli che volgarmente vengono chiamati zingari sono circa 150 mila, di cui circa la metà italiani jure sanguinis fin dal 1400. Nel mondo gli zingari sono circa 18 milioni (nomadi, seminomadi e sedentari) e poiché la conoscenza di questo popolo si basa quasi esclusivamente sui gruppi di accattoni che vediamo per strada o su notizie di cronaca nera, ben pochi sanno che, tra di loro, i nomadi sono una minoranza e c’è chi vive di accattonaggio e chi insegna all’Università.
Abbiamo pensato che fosse utile sapere qualcosa di più su questo popolo e di condividere con voi il frutto – limitato - della nostra ricerca. Tengo a sottolineare che non avendo mai avuto il popolo romanì uno stato proprio, non avendo mai dichiarato guerra a nessuno, non avendo, insomma, una storia ufficiale, ma essendo, la loro, soltanto la storia di cittadini comuni, è ovvio che se ne parli nei documenti ufficiali soltanto quando infrangono la legge o i costumi del paese che li ospita e mai quando, come nella stragrande parte dei casi, vivono da persone normali, pacifiche e oneste.
Nel linguaggio comune e nei mass-media si ricorre spesso al termine "nomadi" per definire gli zingari. Entrambi i termini sono eteronimi, cioè attribuiti ad un gruppo etnico da soggetti esterni ad esso. La parola zingari e i suoi corrispettivi nelle altre lingue europee (Tsiganes, Zigeuner, Cigani, Zigenare, ecc.) ha un'origine antica e deriverebbe dal greco athinganos che significa “che è intoccabile”. La parola nomadi, invece, ha una storia più recente ed è impropria, in quanto il numero degli zingari stanziali nel mondo è di molto superiore a quello degli zingari nomadi. Attualmente nei mass-media la parola zingari è praticamente scomparsa a vantaggio del termine nomadi, considerato più politically correct. Il termine rom, viceversa, è un autonimo, cioè un termine attraverso il quale gli stessi membri di un gruppo si autodefiniscono. L'etimologia del termine è controversa, in generale si fa risalire alla radice indoeuropea "ghdom" che indica "l'essere terrestre, l’uomo". Va subito chiarito che il termine “rom” non ha niente a che vedere con la Romania e i rumeni, anche se molti rom arrivano in Italia da quel paese.
Data la connotazione spregiativa del termine “zingari”, essi non amano essere chiamati così. La migliore definizione sarebbe popolo romanì, ma quando, da qui in avanti, parlerò genericamente di zingari per brevità li chiamerò rom.
Le etnie che compongono il popolo romanì in Europa sono: Rom (diffusi in Europa centro orientale e in Italia e sono la maggioranza); Sinti (presenti in Francia, Germania, Spagna e nord Italia) e Manouche (sottogruppo Sinti in Francia); Kalè (in Spagna e Germania); Romanichals ( in Gran Bretagna) e Romanisae ( in Svezia e Norvegia). In Italia oltre ai Sinti e ai Rom di recente immigrazione ci sono i Rom abruzzesi e calabresi di antichissima immigrazione.
Ma da dove arrivano ? E’ curioso che i rom, nel corso di pochi secoli abbiano dimenticato le loro origini, facendo sì che venissero loro attribuiti i nomi di Fenici, Tartari, Egiziani, Atsingani, Saraceni e via dicendo e che li si identificasse con i soggetti più strampalati: superstiti di Atlantide e perfino membri della famosa tribù d’Israele che sarebbe andata perduta durante la conquista assira. In mancanza di antichi documenti scritti, per lungo tempo le origini dei rom rimasero un enigma, anche perché la loro lingua non era considerata una lingua vera e propria collegata a un’area linguistica, ma un gergo composto al fine di non essere compresi, un linguaggio furbesco, insomma. Finché nel XVII secolo, alcuni filologi ipotizzarono un’origine indiana riconoscendo molti vocaboli indiani nella lingua romanì. Ed è proprio dallo studio dei prestiti linguistici che si è potuto ricostruire l’itinerario delle prime migrazioni rom. La parola italiana gitano, come l’inglese gypsy, il francese gitan e lo spagnolo gitano, hanno alimentato la leggenda di una provenienza dall'Antico Egitto, anche perché spesso in Europa i rom furono chiamati – e essi stessi si chiamarono – Egiziani, ma è ormai assodato che l’itinerario delle prime migrazioni rom verso l’Occidente non passò attraverso l’Africa del nord. E allora perché si definivano “Egiziani”? E’ una storia lunga; dirò soltanto che sia nel Punjiab che nel Peloponneso c’erano due territori chiamati “piccolo Egitto” e questo potrebbe spiegare il mistero. Oggi, per la maggior parte degli storiografi essi proverrebbero dalle regioni del nord-ovest dell’India, che avrebbero lasciato all’inizio dell’ XI secolo per ragioni ignote e li collegano alla classe dei paria. Alcune leggende, tuttavia, fanno risalire ad epoche molto anteriori la presenza di rom in Persia, Quasi tutti i testi di storia sulle popolazioni rom riportano una leggenda trascritta nella sua “Storia dei Re” dal poeta persiano Firdousi (soprannome di Abu l-Qasim Mansur), vissuto intorno al 940. Secondo questa leggenda lo scià Bahram V, vissuto nel V secolo, saputo che il suo popolo era triste perché, a differenza di lui e dei ricchi, mangiava e beveva senza musici che suonassero perché costavano troppo, chiese a un sovrano indiano, suo suocero, di mandargli 12.000 suonatori di liuto Luri (uomini e donne) per farlo divertire. Al loro arrivo lo scià diede ai musicisti buoi, asini e semi di grano da piantare perché voleva insediarli nelle sue terre. Ma i Luri, che non avevano mai fatto i contadini, mangiarono i semi e, un anno dopo, tornarono dallo scià con la richiesta di altri semi. Il sovrano si adirò molto e disse: “Questo non era ufficio vostro. Quello /era bensì di gettar le sementi/ e lavorarle e mieter poi. Ma intanto/ poiché i giumenti vi restar, le some/ loro apponete e andate attorno in canti/ e suoni sempre e di seta le corde/ tender vi piaccia sui liuti vostri”/ Ed or così, dopo quel detto vero/ del nobile signor, vanno pel mondo/ i musici raminghi, il viver gramo/ intenti a sostener. Di via compagni/ e compagni di tetto han lupi e cani/ e vanno errando per le aperte vie/ per tutto l’anno, a far rapine intenti.
Le diverse versioni di questa leggenda sono le prime testimonianze scritte riguardanti un popolo venuto dall’India in Persia prima del X secolo e che godeva già di una reputazione di musici eccellenti, di nomadi e…predoni. Dalla Persia i rom si dividono in due gruppi, uno prosegue l’emigrazione verso l’Asia occidentale, Siria, Palestina, fino all’Egitto; l’altro – che è quello di cui ci occupiamo - si dirige verso l’Europa infilandosi nelle terre continentali e insulari dell’impero bizantino, soprattutto in Anatolia. (segue a pag. 4)

LA MUSICA TZIGANA
Testo di Anna Pugliese
Legge ANNA

Perché parlare specificatamente della musica tzigana? I rom facevano bene anche altri mestieri, ma certo con la musica hanno spesso riscattato quel senso di fastidio (talvolta di rabbia) che il loro vivere ai margini della società, di cui noi riteniamo essere il modello, ci procura.
I musicisti tzigani non hanno mai scritto la loro musica, rendendo così difficile una ricostruzione critica della musica delle origini. Essi non inventano ma si impossessano della musica del luogo dove sono in quel momento e la rielaborano con uno stile che li farà riconoscere sempre.
Hanno un talento naturale che si mantiene nei secoli. Il disco che avete ascoltato entrando è interpretato da Radu Simion, uno zingaro nato nel 1940 in Romania, che suona il flauto di Pan, strumento costituito da canne di varia lunghezza, ogni canna un suono. Questo strumento richiede una grande abilità perché è difficilissimo. Egli esegue concerti in tutto il mondo e ha vinto molti prestigiosi premi.
In India gli artisti percorrevano in lungo e in largo il Rajasthan (il paese del Principi). Sarebbe troppo lungo catalogare la moltitudine di poeti e musicisti erranti che costituivano un mondo pieno di immaginazione, di creatività e di semplicità in cui ogni gesto, ogni parola, è espressione del mondo soprannaturale. Tra loro, molto noti nel Rajasthan per il loro teatro di marionette, erano i Bâth, apprezzati nelle corti principesche, cantavano le lodi delle caste di cui erano al servizio, dai principi antichi ai fieri guerrieri Rappût, dai ricchi mercanti alle famiglie della nobiltà rurale. La loro parola, il loro canto fissava tutti i momenti importanti dell’esistenza: dalla nascita alla morte. Oggigiorno i Bâth continuano nella loro tradizione di cantastorie diffondendo, per strada, con l’ausilio di un tessuto dipinto, l’educazione religiosa. Essi lavorano in coppia con una donna (bhopi) che, vestita con un magnifico costume rosso fiammante e con delle campanelle ai piedi, dà risalto a ogni scena danzando.
Traccia 4 : Mustafa Kandirali – Kandira Karsilamasi
I Kanjar, invece, appartenevano alle “tribù criminali”, così come le avevano catalogate i britannici nel 1871. Poiché l’amministrazione coloniale seguitava ad aumentare le tasse, molte tribù autoctone e molti clan nomadi si ribellarono e per questo vennero ridotte al degradante status di criminali. I loro canti di prigionia esprimevano tutto il dolore di un nomade costretto fra quattro mura. I Kanjar hanno una loro danza (chakri , cerchio) che è imperniata sulla seduzione della donna tzigana che adesca l’uomo per meglio derubarlo. La danza chakri fa riferimento all’idea del vortice fondativo e universale, simbolo della creazione della vita.
Una tribù interessante è quella dei Nayik che usavano la danza e il canto per tenere sveglia la vittima del serpente, affinché il veleno non si diffondesse troppo velocemente nel suo corpo. Avevano così il tempo di curarlo con l’ausilio di piante medicamentose.
Fin dalle loro prime migrazioni verso Occidente, gli tzigani hanno contribuito alla nostra vita culturale e musicale. Molte delle musiche autoctone non si sarebbero conservate senza l’apporto degli tzigani. In ogni epoca le spinte nazionaliste hanno cercato di minimizzare il ruolo musicale dei rom riappropriandosi di un repertorio tradizionale che, paradossalmente, senza di loro sarebbe scomparso.
Molti ricercatori e viaggiatori ricordano, già fin dal XIX secolo di aver incontrato svariate comunità rom disseminate dall’Afghanistan alla Persia, dalla Siria all’Egitto. La loro esistenza resta poco conosciuta dal mondo occidentale e, per esempio, se il gruppo attuale “I musicisti del Nilo” non avesse lasciato, negli anni ‘60, i villaggi della zona di Luxor per esibirsi in Europa, probabilmente non avremmo mai conosciuto la musica rom del mondo arabo. Questo gruppo usa strumenti antichi come la rabâbah, la zurna (specie di oboe) e la darbuka e altri. (segue a pag. 6)
Traccia 5: Suwa Devi Kálbelya – Karwan Song
segue LIUBA (da pag.3)
Con il crollo dell’Impero bizantino dall’Anatolia le popolazioni romanì si espandono nei Balcani, in Serbia, Bulgaria, Valacchia e Moldavia, che dal XIV secolo erano sotto il giogo ottomano. E’ curioso osservare che la situazione dei rom nei territori dell’impero ottomano – con l’eccezione della Valacchia e della Moldavia - fu molto migliore di quanto lo fu successivamente nei paesi dell’Europa occidentale. In un documento bulgaro del 1475 i rom sono inseriti regolarmente nel registro delle tasse della provincia della Rumelia. In un registro ottomano del 1523 sono registrati 16.591 rom e i lavori cui erano addetti sono: calderai, fabbri, spadai, orefici, sarti, macellai, lavoratori del cuoio, tintori, guardiani, servi, corrieri, persino boia e impagliatori di teste dei nemici decapitati in battaglia. Una volta versate le tasse, i rom potevano insediarsi nelle città, nelle campagne oppure rimanere allo stato nomade. Ancora oggi la grande maggioranza dei rom è stanziale nei territori che furono dominati dagli ottomani. Nonostante la pratica diffusa della schiavitù, i rom non furono mai schiavi eccetto che nei principati cristiani di Valacchia e Moldavia (vassalli degli Ottomani) in cui, a partire dal Trecento, si costruisce il più grande, controllato e duraturo sistema schiavistico dell’Europa moderna. La struttura della società in questi due principati era rigidamente piramidale e alla base stavano gli schiavi, esclusivamente zingari dal Quattrocento in poi. I rom, appena mettevano piede nei principati, automaticamente diventavano schiavi del principe che poi ne regalava a boiardi e clero. La loro vita era durissima, la repressione delle ribellioni disumana: tra le sevizie più comuni, oltre alla prigione e la messa ai ceppi, c’erano la falanga (bastonatura delle piante dei piedi) e la corna (un collare a raggi appuntiti che non permetteva di poggiare la testa). Sembra incredibile, ma in questi due paesi la schiavitù dei rom fu soppressa soltanto nella seconda metà dell’Ottocento!
La prima apparizione dei rom e dei sinti nell’Europa Occidentale è documentata da una cronaca del 1417 della città tedesca di Hildesheim in cui si parla dell’arrivo in città di ”Tartari dell’Egitto”, ai quali fu fatta elemosina “in onore di Dio”. Nel 1421, nei registri dello scabino viene così annotata una strabiliante novità: “Meraviglie: arrivo di stranieri dal paese di Egitto”. A partire da quell’anno sono numerose le cronache che testimoniano dell’arrivo nei vari paesi di gruppi rom formati da 30 fino a 100 persone, e talvolta anche fino a 300, chiamati dai cronisti Tatari, Egiziani, Saracini, Pagani, ecc. Viaggiavano a piedi o su carri e se non gli era concesso l’ingresso in città, si accampavano fuori le mura. I loro capi si attribuivano titoli altisonanti di “duca”, “conte” , “voivoda” o “capitano” , mutuati evidentemente dai titoli nobiliari in uso nei paesi che attraversavano, viaggiavano a cavallo e spesso erano vestiti lussuosamente, a differenza dei membri del loro seguito, che erano coperti di stracci. All’inizio questi titoli fecero una certa impressione e persino l’aristocrazia occidentale sembrò guardare talvolta a quei capi venuti dall’Oriente come a membri di una casta loro pari, che avevano perduto i feudi a causa della fede cristiana ed erano stati costretti all’esilio, per cui li accoglievano con grandi onori nelle proprie dimore. Tutte le cronache riportano che, all’arrivo in città, i capi di queste bande si presentavano alle autorità cittadine mostrando lettere di salvacondotto oppure raccomandazioni di importanti personaggi di altri paesi, Re, principi, veri duchi , vescovi ecc.. Facevano leva sul forte sentimento religioso del tempo, raccontando di essere pellegrini per vari motivi: per esempio quello di dover scontare 7 anni di pellegrinaggio per il peccato di “aver rifiutato di portare con loro Giuseppe e Maria e la famiglia santa nel loro esodo dall’Egitto”.
Dal 1417 in poi gruppi di rom sono segnalati ormai in tutta Europa. Dato che avevano attraversato gli stati del re di Boemia Sigismondo, e avevano ricevuto da lui lettere di protezione, in Francia li chiamarono con un nome ancora usato in quel paese: bohemiéns, nome che poi fu attribuito agli artisti per la loro vita instabile e fantasiosa.
Per quanto riguarda l’Italia, le prime segnalazioni di rom si trovano in due cronache del 1422, di Forlì e di Bologna. Mi pare interessante leggere un brano della cronaca di Bologna.
“A dì 18 de luglio venne in Bologna uno ducha d’Ezitto lo quale havea nome el ducha Andrea (questo cosiddetto “duca” Andrea si ritrova in moltissime altre cronache) , et venne cum donne, puti et homini de suo paese; et si possevano essere ben cento persone…si demorarono alla porta de Galiera, dentro et fuora, et si dormivano soto li portighi, salvo che il ducha che stava in l’albergo da re, et…gli andava de molta gente a vedere, perché gli era la mogliera del ducha la quale diseva che la sapeva indivinare e dire quello che la persona dovea avere in soa vita et anchi quello che havea al presente, et quanti figlioli haveano et se una femmina gli era bona o cativa… et de assai disea il vero e da sai no…”.(in Ludovico Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, typ. Societatis palatinae, 1731). E’ interessante notare che la cronaca di Forlì è la prima e una delle poche in cui si indica l’India come patria originaria dei rom.
I rom gravitavano preferibilmente intorno ai luoghi di mercato, commerciando in cavalli e utensili di metallo, mentre le loro donne si dedicavano al vaticinio del futuro. A volte militarono come mercenari, per esempio per gli Estensi di Ferrara o i Bentivoglio di Bologna. I sinti , in particolare, erano giostrai e circensi (le famose famiglie degli Orfei e dei Togni sarebbero di origine sinti).
Come ho già detto, i rom esibivano copie di lettere di raccomandazione e salvacondotti di varie autorità e anche lettere firmate dal Papa, di dubbia autenticità, di cui si servirono largamente per più di un secolo. Una presunta lettera di Martino V (XV sec.), di cui esiste copia, invita tutte le autorità ecclesiastiche e civili a lasciar passare liberamente, per terra e per mare, il già citato duca Andrea del Piccolo Egitto e la sua truppa senza pagare alcuna tassa né diritto di passaggio, e promette la remissione di metà dei peccati ai fedeli che si mostreranno generosi con quei pellegrini. L’autenticità della bolla è sospetta. La cronaca della città di Fermo riporta che era stato esibito un documento del Papa “che permetteva loro di rubare !”. Di eventuali lettere del Papa non si è trovata traccia negli archivi vaticani.
Al loro apparire in un luogo, le strane carovane provocavano sempre un’intensa curiosità, sia per l’abbigliamento insolito, eccezionalmente ricco quello dei vari duchi o conti Tommaso, Martino, Antonius ecc., misero ma comunque eccentrico quello del seguito, sia per le storie che raccontavano delle proprie avventure per il mondo e anche perché erano giocolieri, esperti di cavalli, indovini, incantatori di serpenti, musici valentissimi e abili danzatrici le loro donne. (segue a pag. 7)
segue ANNA (da pag. 4)
(In Europa centrale, nei Balcani e in Russia)
Il ruolo dei rom si rivelò determinante nel formarsi delle tradizioni musicali nei Balcani. Essi rimodellarono il repertorio musicale locale innestandovi nei ritmi e nei modi talune peculiarità turche. I musicisti professionisti rom hanno coltivato dal XIV secolo agli inizi del XX, una tendenza alla “orientalizzazione”. Nei caffè turchi o sulle piazze dei villaggi suonavano nei gruppi Chalga. Il termine si ritrova in Bulgaria e in tutti i Balcani e deriva dal turco calgi, che significa “musica”.
Una prova è costituita dal ritmo turco detto “zoppo” o “storpio” che pare essere stato trasferito in Romania e in tutti i Balcani dai rom. Questo ritmo ha una divisione irregolare poiché è basato su un 9/8, che noi suddividiamo così e i turchi così (Anna esegue i ritmi manualmente)
oppure
Questo ritmo è chiamato “gypsy 9”.
L’attuale complesso “Taraf de Haydouks” in omaggio ai Haydouks, gli antichi banditi feudali nei balcani, che simboleggiano ancora oggi in quei paesi un’ idea di libertà e giustizia sociale. Il gruppo è ormai celebre in tutto il mondo, avendo partecipato ai più prestigiosi festival internazionali. In Italia è stato invitato dall’Accademia di Santa Cecilia in occasione dell’inaugurazione del Nuovo Auditorio di Roma.
Traccia 7 : Taraf de Haydouks – Band of Gypsies
In Ungheria il primo documento ufficiale in cui si nominano musicisti tzigani è del 1489 e si fa riferimento a somme versate loro in qualità di musicisti alla corte del re Mattia Corvino e della moglie Beatrice d’Aragona. E’ documentato che il rom Janos Bihari (che vestiva l’uniforme degli ussari) suonò con grandi musicisti come Beethoven; violinista, maestro di czarde, contribuì alla formazione dell’immagine del musicista virtuoso tzigano.
I musicisti tzigani sono diventati maestri del repertorio tradizionale ungherese, delle czarde ( da teharda, locanda) e dei verbunkòs (dal tedesco Werbung, arruolamento). Il verbunkòs rappresentava le danze maschili improvvisate destinate ad arruolare giovani contadini per lottare contro il potere dell’impero austro-ungarico.
A proposito della musica ungherese, vi fu una contestazione da parte di Béla Bartòk verso la tesi di Listz che sosteneva, nel suo volume del 1859 “I bohemmiens e la loro musica ungherese”, che la musica tzigana era autenticamente musica nazionale ungherese. Bartòk, grande ricercatore - con Zoltan Kodàly – della musica popolare, prevalentemente contadina, asseriva che questa musica era scritta da ungheresi ed eseguita, per denaro, esclusivamente dagli tzigani. Grazie a questi esecutori, però, la musica popolare magiara non è sparita.
Ma i rom hanno anche canti autenticamente tzigani, permeati da influenze russe, ucraine, bulgare e balcaniche in generale. Magnifici canti epici, nostalgici, disperati, festosi, che, lontano da ristoranti e locali, gli tzigani cantavano accanto al fuoco, nell’accampamento, in famiglia, al villaggio. (segue a pag. 10)
Traccia 8: Sarah Gorby – On raconte (It is said)
segue LIUBA (da pag. 6)
Per un certo tempo l’arrivo dei rom ricevette spesso un’accoglienza benevola, soprattutto nelle città. Ma poi la loro insistenza nel reclamare ospitalità o elemosine, non rifuggendo da vere e proprie razzie nei villaggi, e la loro abilità nel furto, stancarono le popolazioni, che cominciarono ad impedire loro, anche in modo violento, l’ingresso nei loro territori. La mendicità era considerata un flagello fin dal Medioevo, ma per i rom era un vero e proprio mestiere praticato soprattutto da donne e bambini. Accanto alla mendicità l’accusa principale riguardava il furto. In una cronaca di Bologna del 1422 essi sono definiti “li più fini ladri che se vedesse mai”. I furti di cui erano più spesso accusati erano: furto di biancheria messa ad asciugare sui prati; furto nelle case (un certo capitano Charles si vantava di avere sempre con sé un buon lotto di chiavi false; una pratica corrente era il “furto del resto”che consisteva, facendosi cambiare moneta, nel sottrarre destramente una parte. Ai rom sembrava la cosa più naturale del mondo far manbassa nei pollai, tanto che non riuscivano a comprendere come mai fosse considerato un crimine. Interrogato nel 1600 dalla giustizia lussemburghese su di un furto di polli attribuito alle donne della sua compagnia, il conte Jean de La Fleur dichiara “che non pensa sia male prendere così delle galline, visto che le volpi, che sono bestie irragionevoli, ne mangiano molte; a maggior ragione ne devono mangiare loro che sono creature ragionevoli, dato che bisogna pur vivere”. Grandi conoscitori di cavalli, appena possibile li rubavano con grande destrezza. Un documento riporta il caso di un rom il quale, vista in una piazza francese una carrozza incustodita, fingendo di essere un maniscalco, staccò i cavalli e li condusse via tranquillamente sotto gli occhi dei passanti, come se li portasse alla fucina per ferrarli.
E’ molto raro che i rom si derubino fra di loro e il romanziere inglese Fielding mette in bocca a un re dei Gypsies che parla a un gagiò (non rom), una frase che sembra esprimere un sentimento comune fra i rom : “il mio popolo è ladro,senza dubbio; ma deruba solo il vostro, mentre voi vi derubate reciprocamente”.
I rom non hanno mai costituito una classe criminale e pericolosa nel senso più stretto del termine. Raramente erano aggressivi, tranne che nei periodi torbidi o quando erano spinti dalla fame. Ma accadeva loro di accogliere avventurieri gagiò, disertori, ex galeotti evasi, gentaglia che aveva conti da regolare con la giustizia e cercava un rifugio itinerante in un gruppo organizzato. Gli esempi sono molti. Uno è quello di un gentiluomo bretone che, alla fine del XVI secolo, con lo pseudonimo di Pechon de Ruby (“ragazzo sveglio”) fece parte di una banda errante di non zingari, i Gueux (Pitocchi) , che si unì a una compagnia di Egiziani. Un giorno la sua compagnia attaccò briga per debiti di gioco con dei ricchi contadini durante una festa di nozze. Si usarono spada e coltello. Su denuncia dei contadini il governatore mandò archibugieri dell’esercito reale. Il capitano rom, avvertito, vedendo che la ritirata era impossibile, preparò una straordinaria messinscena. Si trattava di far credere alle forze dell’ordine che erano loro, i rom, ad essere stati aggrediti dai contadini. Finsero di essere storpiati e feriti, macchiando di sangue perfino i bambini e i cavalli. I soldati, impietositi, si ritirarono e andarono a cercare i contadini mentre i rom se ne andavano in fretta e furia. Quando però si riusciva a beccare queste bande e processarne i membri, sovente le teste saltavano, anche quelle di donne.
La banda più importante di quel tempo era quella dei Reinhardt, che operò nella Germania del Settecento. Il suo capo più noto, Hannikel amava dare alla sua truppa un aspetto militaresco facendola sfilare nei paesi la sera, armata di torce accese, al suono di tamburi e pifferi. Nei borghi provvisti di polizia faceva immediatamente circondare il posto di guardia e tagliare le corde alle campane per impedire che si suonasse l’allarme. Faceva man bassa di animali dai cortili e di oro, gioielli, mobili nelle case. Amava svaligiare le case degli ebrei, pare talvolta con la complicità della popolazione e dei pastori protestanti. Ricercato ovunque, fu preso in Germania e impiccato. Pare che Hannikel sia servito da modello a Schiller per il suo dramma I masnadieri. La letteratura ne fece un eroe romantico.
Durante i loro primi viaggi in Europa, quando commettevano qualche reato i rom venivano trattati come tutti gli altri malfattori o delinquenti. Più tardi, però, la frequenza delle denunce dei sedentari contro i nomadi e la loro cattiva fama fondata su misfatti reali e crimini quasi sempre immaginari, sollecitarono i pubblici poteri a una regolamentazione del loro status con vari tentativi di molti stati di farli assimilare alla popolazione mediante una legislazione ad hoc. Furono tutti fallimentari e non starò a parlarne. Si passò quindi all’espulsione, con una moltiplicazione di ordinanze in tutti i paesi d’Europa. Le misure di bando rimanevano però inoperanti nella maggior parte dei paesi: i rom passavano da un paese all’altro, da una provincia all’altra; si rifugiavano nelle zone di confine, dove c’erano asili naturali, foreste e montagne. In alcuni paesi si provvide all’imbarco forzato per le colonie d’Africa e d’America. La Russia fu uno dei rari paesi che non cercarono di sbarazzarsi dei rom, impedendo loro soltanto di entrare in alcune zone dell’impero. Se qualche altro stato – precisamente Danimarca e Svezia - decise di cessare di espellere i rom non fu per un sentimento di umanità ma per reclutarli nei loro eserciti, accettando con i soldati anche le loro famiglie.
I testi legislativi che imponevano ai rom di abbandonare un territorio in uno spazio di tempo più o meno breve erano quasi sempre accompagnati dalla minaccia di gravi punizioni, tra cui spesso la pena di morte per impiccagione. Molti rom furono impiccati senza essere accusati di alcun crimine. Un caso emblematico è quello di dieci rom che nel 1725, nei Paesi Bassi, senza subire processo furono prima strangolati a metà, poi passati alla ruota e infine impiccati. Le loro teste furono tagliate e infisse a pali “per intimidazione ed esempio”. Pene “minori” erano la fustigazione, la mutilazione delle orecchie, la prigione, l’attacco alla catena delle patrie galere e l’imbarco forzato per le colonie. Nel 1739, in Francia, il ruolino dei galeotti comprendeva i nomi di novantaquattro rom. Tre di loro erano stati condannati per furto e brigantaggio, ma per tutti gli altri il motivo della condanna alla galera era così formulato: “in quanto zingaro e vagabondo”, “in quanto zingaro confesso” e altri simili. Nel milanese una sessantina di “gride” annunciavano punizioni per i rom, arrivando a una “grida” del 1663 che dava diritto a ogni cittadino “quando non li potesse prendere prigioni, d’ammazzarli impune e levar loro ogni sorta di robbe…”. In Germania e nei Paesi Bassi, manifesti illustrati, esposti alle frontiere, ai crocevia o alle porte delle città avvertivano gli interessati delle punizioni che li attendevano. Le scritte erano accompagnate da eloquenti pitture ad uso degli analfabeti.
Nella seconda metà del 700 nella maggior parte dell'Europa iniziarono le riforme. Fu un processo voluto dai sovrani assoluti influenzati dagli illuministi, noto come “dispotismo illuminato” e i più convinti sostenitori furono Caterina II di Russia, Federico II di Prussia e Maria Teresa d'Austria . In Ungheria e in Transilvania i rom dovevano abbandonare la loro lingua e perdere persino il nome: non dovevano chiamarsi più “rom”, ma “nuovi coloni” o “nuovi Magiari”. Sarebbero stati separati dai figli che dovevano essere educati lontano dalle famiglie. Non solo fu un fallimento, ma si ebbero gravi incidenti, ad esempio nel palatinato di Presburgo, dove, nel 1773, una notte, tutti i ragazzi rom di più di cinque anni furono strappati alle famiglie, portati in villaggi lontani e affidati a famiglie che accettarono di allevarli dietro compenso. Ne nacque un pandemonio. Misure analoghe con risultati analoghi furono prese anche in Spagna da Carlo III. (segue a pag. 11)
Segue ANNA (da pag.7)
(Russia)
In Russia l’interesse per i musicisti tzigani si manifestò alla fine del XVIII secolo. La storia racconta che il conte Aleksander Orlov, cognato di Caterina (futura imperatrice), nel 1774 condusse dalla Moldavia nelle sue terre una compagnia composta da 80 artisti che riscosse un tale successo che ogni ricco principe volle avere presso di sé un complesso tzigano. Nel corso del XIX secolo, nelle feste degli aristocratici, dei ricchi mercanti e militari, la musica tzigana era sempre presente. Questa musica penetrò anche nei ristoranti e nei cabaret animando le frenetiche “notti bianche” di Mosca e di Pietroburgo.
Traccia 9
All’avvento della rivoluzione bolscevica del 1917, l’età dell’oro per gli tzigani terminò e i rom rimasti dovettero affrontare la repressione e vivere nel timore di essere deportati nei campi di lavoro coatto. Gli tzigani che lasciarono la Russia, raggiunsero altre capitali, tra cui Berlino, Istanbul, ma soprattutto Parigi, dove negli anni ’20 si potevano contare più di 100 cabaret. Già nel 1874 si sa di un primo taraf (ensamble) che si esibiva a Parigi. Ne seguiranno molti altri. Le esecuzioni del flautista di pan Anghelus Dinicu in un locale a Montmartre, sbalordirono Buonaparte.
(Andalusia)
I gitani hanno fatto la loro comparsa nella penisola iberica agli albori del XV sec. Secondo Garcia Lorca e De Falla il canto hondo rappresenterebbe il tipo più antico del canto andaluso. Per De Falla esso presenta notevole analogie con i canti orientali, in particolare nei quarti di tono, un ambito melodico che raramente oltrepassa i limiti di una sesta e nell’uso ossessionante della medesima nota. Ascolterete adesso un canto di El Cameron de la Isla. Egli ha preso parte a molti esperimenti volti a scoprire legami coreografici e musicali fra la musica indiana e il flamenco, la cui epoca d’oro risale al XIX sec. Caballo si accompagna con il sitar. Le parole sono di Garcia Lorca.
Traccia 10: El Cameron de la Isla – Nana del Caballo Grande
(Francia)
Vorrei parlarvi ora di un grande manouche: Jean Reinhardt detto Django, nato in Belgio nel 1910 e morto in Francia nel 1953. Iniziò la carriera giovanissimo a Parigi come banjoista. A diciotto anni subì un grave incidente: la roulotte di famiglia fu divorata da un incendio ed egli riportò gravi ustioni perdendo l’uso della gamba destra e di parte della mano sinistra (l’anulare e il mignolo furono saldati insieme dalla cicatrizzazione) ma Django non si perse d’animo e si concentrò nello studio della chitarra, arrivando a un grado di virtuosismo e di originalità espressiva tali da essere considerato uno dei maggiori jazzisti di tutti i tempi. Egli ha realizzato una perfetta fusione del linguaggio musicale tzigano con quello dello swing. Suonò con Duke Ellington, Dizzy Gillespie, Bill Coleman e altri. Si esibì alla Carnegie Hall di New York. Non sapeva leggere la musica ed era analfabeta. (segue a pag. 14)
Django Reinhardt: You Rascal You
segue LIUBA (da pag. 9)
Prima di parlare della fine tragica di oltre 500.000 rom nel XX secolo e concludere così questo mio excursus storico, vorrei soffermarmi un poco sui loro usi e costumi, riferiti soprattutto al passato, in quanto della loro vita attuale e dei problemi connessi alla loro presenza in Italia ci riserviamo di parlare in un prossimo incontro in cui intervisteremo una mediatrice culturale.
La religione
Abbandonando l’India i rom non portarono con sé i loro dei bensì adottarono ogni volta la religione del paese in cui si trovavano: nell’impero bizantino divennero cristiani ortodossi, sotto i turchi alcuni divennero musulmani, in Occidente molti divennero cattolici e alcuni anche protestanti. Secondo il linguista francese del XIX secolo Gérando, sceglievano la religione del signore del posto “la quale, secondo le loro idee sull’aristocrazia, deve essere la migliore”. Ho già accennato che, fin dalle prime migrazioni nell’Europa Occidentale, raccontavano molto spesso di essere in pellegrinaggio. Non sappiamo fino a che punto fossero spinti da motivazioni religiose, ma spesso si univano a veri e propri pellegrini e, comunque, questo tipo di manifestazione a loro doveva essere molto congeniale. Ancora ai tempi nostri il pellegrinaggio più noto è quello alle Saintes-Maries de la Mer, in Camargue, dove venerano la loro patrona, Santa Sara l’Egiziana, ma è un pellegrinaggio non antichissimo, per i rom, probabilmente risalente solo al XIX secolo.
In quanto ai riti religiosi, diciamo che i rom hanno sempre avuto idee alquanto libere: poteva accadere che facessero battezzare più volte lo stesso figlio, secondo la convenienza del momento. Per lo più si sposavano seguendo un loro rito. In quanto alla frequentazione delle chiese, va detto che molto spesso, quando qualche famiglia di rom si recava in chiesa per assistere alla messa, la loro presenza non era gradita ai fedeli, che li scacciavano. Sul loro conto giravano leggende di maledizioni perché avrebbero servito da carnefici per Erode durante la strage degli Innocenti, o perché, essendo fabbri eccellenti, avrebbero fornito i chiodi con cui Gesù era stato inchiodato sulla croce. Lo stesso Martin Lutero era poco tenero verso i rom che considerava “böse Buben” (cattivi ragazzi), soprattutto per la pratica pericolosa della divinazione, l’oscuro contrario del dono della profezia.
Se il clero e i benpensanti rifuggirono dall’accettare i rom nella loro comunità religiosa – ad eccezione di quei religiosi che pensarono, con scarsi risultati, di evangelizzarli – la religiosità popolare talvolta li accettò. In Italia, ma non solo, nei secoli XVI e XVII fiorì una particolare forma di poesia popolare, la zingaresca. Un esempio è la “Canzonetta nuova sopra la Madonna, quando si portò in Egitto col Bambino Gesù e San Giuseppe”, dove la Sacra Famiglia è accolta da una zingarella con le parole: “Dio ti salvi bella Signora/ e ti dia buona ventura/ ben venuto vecchiarello/ con questo bambino bello!” La canzonetta finisce in modo spiritoso: “Noi, Signora, per destino/ facciam sempre l’indovino./ Ma quel ch’io dirò a te/ tu lo sai meglio di me”.. Senza contare che la statuetta della “zingara” è sempre presente nel presepe napoletano.
Guerre e Armi
I rom hanno sempre avuto il gusto delle armi, come dimostrano testi narrativi, quadri, arazzi, in cui gli uomini hanno spesso un’arma in mano. Sfruttando questa loro abilità, numerosi rom furono arruolati, di buon grado o con la forza, nelle armate dei vari stati europei. Era un modo per affrontare le difficoltà dell’arruolamento per le continue guerre. Spesso carcerati rom venivano liberati a condizione di servire in guerra, e probabilmente essi preferivano la guerra alla reclusione. Se si trattava di donne, erano reclutate come vivandiere e lavandaie. Non furono pochi i rom che fecero volontariamente una lunga e apprezzata carriera militare. E’ il caso, per esempio, del capitano Jean de la Fleur, lorenese, che trascorse la vita passando da un campo di battaglia a un altro, da un paese a un altro, al servizio di una quantità di sovrani, ricevendone testimonianze di stima. Altrettanto celebri furono il rom Francesco Rovere, detto La Verdure, che prestò servizio nella cavalleria del duca di Savoia intorno alla metà del 1600. O quel capo che si faceva chiamare Christian Rosenberg von Grüningen e, col grado di capitano luogotenente, fu guardia del corpo del duca di Sassonia. I casi sono numerosi.
Buona ventura, arte di guarire

Negli antichi dizionari le donne rom sono definite per lo più come “dicitrici di buona ventura”.
Ma non sono i rom ad aver importato in Occidente la divinazione sotto forma di chiromanzia, anche se è sempre stata una delle loro specialità e fonte di risorse. Fin dalla loro prima apparizione i “Saraceni” furono accusati di “cattive arti”, ossia chiromanzia e negromanzia. Su questo tema esiste nei secoli un’abbondantissima documentazione. Ne citerò qualcuna che mi è sembrata particolarmente curiosa. Nel 1427 il Journal d’un bougeois de Paris scrive: “Nella compagnia c’erano streghe che guardavano nella mano della gente e dicevano ciò che era loro accaduto o doveva accadere e misero nei guai parecchie coppie perché dicevano ‘tua moglie ti ha fatto becco’ o alla moglie ‘Tuo marito ti ha fatto colpa’. La notizia giunse alle orecchie del vescovo che scomunicò le “streghe” e chi aveva mostrato le mani. Si fece anche una processione espiatoria.
A volte le indovine ci azzeccavano. E’ il caso di un importante personaggio pubblico inglese del XII secolo, Samuel Pepys, il quale racconta nel suo “Diario” l’incontro con una Gypsy che, in cambio di nove pence, dopo avergli detto un mucchio di banalità gli consigliò di diffidare di un John e di un Thomas e di qualcuno che gli chiederà denaro in prestito. Quello stesso giorno suo fratello John gli portò una lettera di suo fratello Tom che gli chiedeva un prestito di venti sterline. Non dice se glie le prestò.
Le “dicitrici di buona ventura” hanno sempre saputo di non possedere l’arte divinatoria .Arrestate, spesso dicevano che era solo un modo per guadagnarsi il pane, anche “per ridere”. Prosper Merimée intervistò diverse rom e racconta che una di loro gli avrebbe confidato: “I Gentili sono così stupidi che non c’è nessun merito ad imbrogliarli”. E di quanto ciò sia vero ecco un esempio narrato da un cancelliere francese dell’inizio del ‘Settecento: due rom si presentano in casa di una coppia. Una dice all’uomo: ”Mio buon padrone voi avete molti affari. Perché vi tormentate se avete ottomila franchi nascosti nella vostra casa? Noi lo sappiamo bene e se volete darcene una parte lo troveremo”. Tentati dalla prospettiva di trovare quella forte somma, marito e moglie, dopo aver mercanteggiato, danno mille franchi. Una delle rom chiede in più una moneta da cinque lire d’argento, l’avviluppa in una tovaglia e dice al padrone di casa: “Andate, buon uomo, a seppellire questo involto ai piedi di una croce e dite queste tre parole” e farfuglia tre parole incomprensibili. Il buon uomo dice che non potrà mai ricordare quelle tre parole misteriose. Allora la rom dice all’altra di fare lei la commissione, che senz’altro farà meglio. E se ne vanno con l’involto e i mille franchi già nel corpetto.
Un ultimo esempio reale è fornito da un documento della Santa Inquisizione relativo a un fatto del 1682. Un certo Manuel Alvarez, che la moglie aveva abbandonato da lungo tempo senza dare notizie, desiderando risposarsi voleva sapere se era viva o morta. Una donna rom, Garcia de Mira, avuto sentore dell’affare, disse di essere in grado di scoprirlo. Cominciò lo stesso giorno e continuò l’indomani a dire orazioni, a invocare la Santa Trinità, disponendo in giro per la casa palline di cera, fili di paglia, spille. Recitò cinque volte il Credo in onore delle cinque piaghe di Gesù, chiese una bacinella piena d’acqua nella quale buttò un foglio di carta, pronunciò parole incomprensibili ma anche invocazioni al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Con grande stupore dell’uomo, sulla carta apparve la rappresentazione di un cadavere con due fiaccole vicino alla testa e due vicino ai piedi: evidentemente significava che la moglie era morta. Alvarez, molto soddisfatto, si mostrò generoso, ma poi, per scrupolo di coscienza, denunciò la maga alla Santa Inquisizione. In tribunale la rom spiegò il trucco: si era servita di allume per scurire la carta. I giudici furono indulgenti considerando che nel suo caso non c’era stato alcun intervento diabolico e le preghiere pronunciate erano quelle approvate dalla Chiesa. La donna fu rilasciata con un ammonimento e dovette soltanto restituire il denaro.
Cacciati come ladri e mendicanti i rom, specialmente le donne, erano invece ricercati come guaritori e per la pratica della magia bianca. La vendita di filtri era una delle loro risorse. C’erano ricette per far innamorare una persona che non ne voleva sapere, per togliere il latte alle mucche e alle pecore del vicino, per trasferire il grano dal campo del vicino al proprio, per incendiare a distanza il tetto di stoppie di un concorrente in affari, e via dicendo.
Non era solo negli ambienti popolari che i rom esercitavano i loro talenti. Un disegno del ‘500 conservato nell’abbazia di Saint-Vaast, in Normandia, rappresenta una donna rom col turbante in testa e la seguente didascalia: “L’Egiziana che rese salute mediante arte di medicina al re di Scozia, abbandonato dai medici”. L’Abate Prévost – l’autore della storia di Manon Lescaut – a proposito dei rom scrive in “Le pour e le contre” : “le visite che fanno ai contadini non sono senza gradimento e nemmeno senza utilità”, perché fra di loro ci sono quelli che “…si intendono bene di medicina e di chirurgia…I più fini hanno un segreto che talvolta fa l’ammirazione dei fisici e dei chimici”.
Se in fatto di chirurgia e medicina è legittimo avere qualche dubbio, sicuramente - grandi conoscitori di cavalli come erano – s’intendevano di veterinaria. Talvolta erano accusati, però, di far ammalare qualche cavallo per poterlo poi guarire sapendo quale droga gli avevano somministrato di nascosto. Sicuramente amavano molto le loro cavalcature, come dimostra una formula bene augurale rom che recita: “Ti auguro che i tuoi cavalli vivano a lungo”. Non mangiavano la loro carne. Erano buoni ammaestratori di cavalli, ma anche di altri animali: cani e soprattutto orsi, come è risaputo. Ancora oggi, soprattutto nei paesi dell’est Europa, non è raro vedere, nelle fiere, gli “ursari”.
Un discorso a parte merita il tema del rapimento di bambini, di cui molto spesso i rom furono accusati. Il tema del ratto del bambino e del suo riconoscimento da parte della famiglia dopo lungo tempo e in circostanze straordinarie è stato largamente sfruttato dalla letteratura del passato per la sua drammaticità. Ma il rapimento di bambini non fu solo un tema letterario: divenne ben presto soprattutto una leggenda popolare non suffragata da testimonianze sicure, nata dalla paura del diverso. I documenti dei secoli passati dimostrano che le stesse autorità di polizia o avevano seri dubbi o, più spesso, non credevano affatto a queste accuse ma approfittavano dell’occasione per condannare il malcapitato per furto di polli o mendicità.
In quanto ai presunti tentati rapimenti di cui le cronache si sono occupate negli ultimi anni, non è questo il luogo per esaminarli. Per chi sia interessato, rimando al documentatissimo libro “La zingara rapitrice” di Sabrina Tosi Cambini .Da profana dico che mi è sempre parso strano che le rom scegliessero, per questo crimine, bimbi in carrozzina (quindi scomodi da afferrare), supermercati o comunque luoghi affollatissimi e – come nel famoso caso di Lecco del 2005 – si incitassero l’un l’altra con le parole ”prendi, prendi” in italiano e non nella loro lingua. Quello che è certo, invece, è che un numero incalcolabile di bambini rom furono sottratti ai loro genitori, e lo sono tuttora, allo scopo di assimilarli al nostro mondo, spesso con le migliori intenzioni, ma creando tragedie enormi, perché i rom hanno un fortissimo senso del legame familiare.
E arriviamo al tragico capitolo dello sterminio nazista. (segue a pag. 15)


Traccia 12: Esma Redzepova e Ensamble Theodosievsky – Djelem Djele






ANNA legge: Djelem djelem

Sono andato, sono andato per lunghe strade,
Ho incontrato romà fortunati.
Ehilà, romà?da dove venite
Con le tende e i bambini affamati?

Oh, romà! Oh, fratelli!

Anch’io avevo una grande famiglia,
l’ha sterminata la Legione Nera.
Uomini e donne furono squartati,
e tra di loro anche bambini piccoli.

Oh, romà! Oh, fratelli!

Dio, apri le nere porte
Così che possa vedere dovrè la mia gente.
E tornerò ad andare per le strade
E vi andrò con uomini fortunati.

Oh, romà! Oh, fratelli!

In piedi gitani! E’ ora il momento,
venite con me, romà di tutto il mondo
il volto bruno e gli occhi scuri
mi piacciono tanto, come l’uva nera.

Oh, romà! Oh, fratelli! (segue a pag.17)

segue LIUBA (da pag.14)
È impossibile stabilire il numero totale dei rom vittime del nazismo: le cifre ufficiali indicano circa 500.000 persone ma scontano la carenza di documentazione sull'argomento. Il materiale d'archivio testimonia infatti che molti rom, oltreché nei lager, furono uccisi nelle esecuzioni di massa delle Einsatztruppen durante l’occupazione nazista dell’Europa dell’Est e tanti altri furono sottoposti al crimine della sterilizzazione.
Mi è parsa impresa titanica e sostanzialmente inutile tentare di riassumere l’enorme quantità di leggi, decreti, norme della polizia criminale con cui si cercò di risolvere il problema della cosiddetta “piaga zingara” in Germania nel periodo che va dal 6 giugno 1936 - quando una circolare governativa definisce il popolo rom “eterogeneo” alla popolazione tedesca e ne ordina la deportazione nel Lager di Dachau - alla fine della Seconda guerra mondiale. Si va dagli spostamenti coatti e improvvisi di numeri elevati di famiglie rom (anche stanziali e con casa di proprietà) a seconda della necessità di manodopera gratuita (anche infantile); alle sterilizzazioni coatte che coinvolsero un numero enorme di uomini e donne; alle arbitrarie reclusioni di massa nei vari campi di concentramento e sterminio dove uomini donne e bambini furono sottoposti a esperimenti medici di crudeltà inaudita. Ho scelto di raccontare qualche tragedia personale, rimandando chi fosse interessato all’argomento al libro La persecuzione nazista degli zingari, Guenter Lewy, Giulio Einaudi Editore, 2002.
Nel 1935 le leggi razziali promulgate contro gli ebrei in Germania vennero applicate anche ai rom, ma già dal 1933 era iniziata la costituzione di numerosi campi di raccolta finanziati dai singoli comuni per venire incontro alle lamentele da parte della popolazione che mal tollerava la presenza dei carri dei rom.
Il livello di coattività dei campi variava da uno all’altro. Alcuni erano dotati di filo spinato e consentivano ai detenuti di uscire solo negli orari lavorativi per recarsi nei luoghi in cui prestavano servizio. I rom non erano autorizzati a servirsi dei mezzi pubblici per cui spesso dovevano percorrere a piedi molti chilometri per recarsi al lavoro; talvolta avevano dei permessi speciali per servirsi del bus. Un caso: un certo Ernst K. fu arrestato a Magdeburgo il 24 febbraio 1943 perché era salito su un tram con un permesso scaduto da due mesi. Il figlio undicenne, che lo accompagnava, era sprovvisto di permesso. Prima che i due potessero essere puniti, l’intera famiglia finì nella deportazione generalizzata ad Auschwitz iniziata un mese dopo dove Ernst K. morì.

Nel 1938 la gestione del problema fu sottratta alla giurisdizione dei vari Länder e affidata alla Kriminalpolizei, controllata da Reinhard Heydrich. Ebbe inizio così la paradossale “Operazione oziosi”. Basteranno un paio di esempi (sulle centinaia di migliaia di casi sempre uguali) per renderci conto dell’iniquità del provvedimento.
Nei rapporti della Kriminalpolizei, i trascorsi criminali degli arrestati venivano inseriti alla voce “storia della vita criminale” del soggetto. La “storia della vita criminale” di Georg. A., rom ventunenne senza lavoro, si conclude paradossalmente con l’affermazione “per il momento non è stato qui coinvolto in alcuna attività criminale”. E pertanto viene inviato nel campo di Buchenwald il 14 giugno 1938. Analoga conclusione si ritrova nella “storia della vita criminale” di Karl P., rom ventitreenne che fa il suonatore ambulante e il cui comportamento “criminale” consiste nel non avere mai avuto un lavoro stabile, per cui finisce a Sachsenhausen, campo di concentramento in cui risulta presente ancora oltre quattro anni dopo.
Albert L. era un rom cinquantenne che faceva l’ambulante e fu tratto in arresto nel giugno 1938. Nella sua “storia di vita criminale” viene scritto che “avendo sempre vagabondato per il paese, alla fine è incappato nel decreto riguardante gli oziosi”. Morirà a Buchenwald sei anni dopo.
Le lunghissime detenzioni di “oziosi”, mascheravano per lo più l’intento di reperire mano d’opera gratuita, per cui molto spesso l’”ozioso” veniva passato da un campo all’altro, a seconda delle esigenze. Come nel caso di Wilhelm L., suonatore ambulante che nel 1938 aveva 47 anni, moglie e 5 figli, la cui prima destinazione fu Buchenwald, da qui inviato a Natzweiler, quindi a Dachau, poi di nuovo a Natzweiler, dove risultava ancora registrato sei anni dopo. Dewald P. , 37 anni, suonatore ambulante, arrestato nel giugno 1938, nella sua “storia di vita criminale” viene descritto come analfabeta che ha girovagato con la sua famiglia guadagnandosi da vivere come “presentatore di spettacoli”. Si dice ancora che “per il momento non è stato qui coinvolto in alcuna attività criminale”. Morirà ad Auschwitz sei anni dopo, nel 1944.
Il 22 giugno 1941 le armate hitleriane invadono l’Unione Sovietica. Da quel momento un numero notevole di rom verranno assassinati dalle cosiddette Einsatztruppen, il cui compito era proteggere le retrovie delle unità combattenti fucilando nemici reali o potenziali. Non disponiamo di dati certi sul numero complessivo di rom uccisi dalle Einsatztruppen e altre unità militari nell’est europeo. I rom itineranti, considerati spie, venivano fucilati sul posto, come i partigiani. Ma anche i rom sedentari, come quelli di Crimea, furono praticamente sterminati. E’particolarmente agghiacciante un brano di un rapporto di una fra le tante fucilazioni eseguite in Serbia. Questa è del 30 ottobre 1941 ad opera di una unità della 704° divisione di fanteria comandata dal tenente Hans-Dietrich Walther e riguarda ebrei e zingari prelevati dal campo di prigionia di Belgrado. Scrive il tenente: “La maggior parte del tempo dell’operazione venne impiegata a scavare le fosse, e la fucilazione fu molto rapida 100 uomini in 40 minuti:…L’uccisione degli ebrei è più semplice di quella degli zingari. Bisogna riconoscere che gli ebrei vanno alla morte composti, e se ne stanno ben fermi in piedi, mentre gli zingari piangono, urlano e continuano ad agitarsi, anche quando si trovano nel punto della fucilazione. Alcuni saltano addirittura nelle fosse fingendosi morti”. In un primo momento, secondo quanto riferisce ancora il tenente Walther, i suoi soldati si sono mostrati scarsamente scossi dall’esecuzione di massa. Tuttavia, il secondo giorno era risultato chiaro che alcuni non avevano i nervi sufficientemente saldi per continuare a lungo con queste fucilazioni. Lo stesso Walther chiedeva di essere sollevato dall’incarico dopo la terza esecuzione in poco più di una settimana. (segue a pag.18)
segue ANNA (da pag.15)
La musica degli tzigani, definita spesso musica bohémienne, ottenne grande successo presso certi compositori di musica classica che si ispirarono ad essa. Haydn si servirà di strumentisti tzigani nel suo organico orchestrale. Nel trio in sol magg. e nel concerto per pianoforte in re vi sono movimenti denominati “rondò all’ongarese”, intendendo “alla tzigana”. E così Mozart, Beethoven, Schubert, Berlioz, Listz, Brahms, Satie e Ravel.
La maestria tecnica degli strumentisti tzigani è riconosciuta da molti concertisti: Pablo Casals, Jehudy Menuhin, Ivry Gitlis che dirà: “non c’è violinista al mondo, fra i più grandi, che possa paragonarsi a un violinista tzigano”. Importanti musicisti del ‘900 di origine rom sono il famoso direttore d’orchestra Sergiu Celibidache , il pianista György Cziffra e, l’adorato Elvis Presley.
Finisco questo intervento sulla musica tzigana con un frammento di una lettera di Claude Debussy ad un amico del 19 dicembre 1910: “A mio parere questa musica non andrebbe mai toccata. Bisognerebbe anzi difenderla quanto mai possibile dalla rozzezza dei ‘professionisti’, perciò…rispettate di più i vostri tzigani. Smettano di essere la gente divertente che si fa venire alle feste per abbellire, o per aiutare a bere lo champagne! Davvero, questo è bello quanto i vostri vecchi pizzi e merletti… e allora perché non portate loro lo stesso rispetto? Lo stesso amore? I vostri giovani musicisti potranno proficuamente ispirarsi a essi, non copiandoli, ma cercando di trasporre la libertà, il talento evocativo, coloristico e ritmico”.

segue LIUBA (da pag.17)
In Italia non ci furono provvedimenti razziali contro i rom. Le leggi razziali, emanate nel 1938, riguardavano solo gli ebrei e i figli mulatti degli italiani in Africa.
Verso i rom furono introdotte invece misure speciali di polizia a cominciare dal 1938, quando le famiglie nomadi che vivevano lungo i confini orientali, furono deportate in Sardegna e in Basilicata, dove però furono lasciate libere a patto che non abbandonassero quelle regioni. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, una circolare del Ministero degli Interni ordinava ai Prefetti di predisporre il concentramento dei rom nomadi in appositi campi. L’ordine fu eseguito solo parzialmente per l’opposizione dei Comuni ad accoglierli sul loro territorio. Per i rom stranieri furono creati due appositi campi a Tossiccia, sul Gran Sasso, in provincia di Teramo e ad Agnone, in provincia di Isernia. Vi furono rinchiuse le famiglie dei rom della Slovenia, divenuta italiana. Ad esse si aggiunsero molti altri che si consegnavano spontaneamente ai soldati italiani per sfuggire ai massacri degli ustascia. I due campi durarono fino all’8 settembre 1943 quando i carabinieri, che li avevano in custodia, rifiutarono di consegnarli ai tedeschi e li lasciarono liberi di fuggire. Molti si rifugiarono in montagna e alcuni si aggregarono ai partigiani, spesso distinguendosi per il coraggio.
Quando finì la guerra tutti dissero “mai più”, invece purtroppo oggi dobbiamo dire “ancora”. Le guerre intestine scoppiate nella ex Jugoslavia e i conseguenti programmi di “pulizia etnica” hanno visto in primo luogo tra le vittime i rom della Slovacchia, della Bosnia, della Erzegovina e del Kosovo. Continuano gli episodi di violenza, dovuti soprattutto a gruppi di neonazisti in Slovacchia, nella Repubblica ceca, in Romania, in Bulgaria (villaggi bruciati, gente picchiata a morte o scaraventata dalle finestre o annegata nei fiumi) tanto che l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha istituito un apposito ufficio a Varsavia per la tutela dei rom e il Consiglio d’Europa ha approvato nel maggio 1997 un documento che condanna il razzismo contro i rom. Le persecuzioni e la crisi economica nei paesi dell’Est ha provocato un forte esodo verso occidente, dove questo flusso di profughi non è stato certo accolto benevolmente. Anche l’Italia non è immune da episodi di violenza. La cronaca riporta storie di fucilate contro gli accampamenti o di mine poste al loro ingresso, di tentativi di bruciare le roulottes, di giocattoli esplosivi regalati ai bambini. E che dire dello stillicidio di morti bianche di bambini che muoiono di freddo o bruciati vivi nelle fatiscenti baracche in cui le famiglie vivono nei cosiddetti “campi nomadi” in condizioni indegne di un essere umano, una condizione che è valsa all’Italia il 18 marzo 1999 una dura condanna di razzismo da parte del Comitato per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD) dell’ONU.
Traccia 13: Taraf de Haidouks – Band of Gypsies
BIBLIOGRAFIA

Per “STORIA E CULTURA DEL POPOLO ROMANÌ”:
- Mille anni di storia degli zingari – François de Vaux Defoletier , Jaca Book, Milano 2010
- La persecuzione nazista degli zingari, Guenter Lewy, Giulio Einaudi Editore, Torino2002
- Non chiamarmi zingaro – Pino Petruzzelli – Chiarelettere editore
- La zingara rapitrice - Sabrina Tosi Cambini, CISU editore, Roma 2008
- Lo sterminio degli zingari durante la Seconda guerra mondiale (parte II) – Giovanna Boursier – Studi Storici 2, aprile-giugno 1995
- La strada del tempo – Elena Farruggia e Milena Cossetto – Da Internet
- Zingari, nomadi, Rom: problemi di definizione –Quando la semantica è al servizio della politica e del potere (poliziesco) - Nando Sigona – da Internet
Per “LA MUSICA TZIGANA”:
- Il viaggio musicale dei gitani – Alain Weber, Ricordi, Milano 2008
- Mille anni di storia degli zingari – François de Vaux Defoletier , Jaca Book, 2010