SCHEDE:La maieutica reciproca di Danilo Dolci e la non violenza

12 novembre 2014 – Casa del Quartiere – Riunione delle Donne per la difesa della società civile.


LA MAIEUTUCA RECIPROCA DI DANILO DOLCI


La parola Maieutica deriva dal greco antico, letteralmente l’arte della levatrice. Era il metodo di insegnamento usato da Socrate, il quale, utilizzando questo sistema, insegnava ai suoi allievi ciò che essi senza rendersene conto, già inconsciamente sapevano perché l’avevano dentro di sé. Ogni atto educativo è come dare alla luce tutte le potenzialità interiori di colui che vuole imparare, come una madre desidera che la propria creatura nasca dal suo grembo. La maieutica socratica paragona il filosofo alla “levatrice della conoscenza” che non riempie la mente dello studente con informazioni impartite a priori ma lo aiuta a portare gradualmente alla luce la propria conoscenza. Anche Danilo Dolci, da quel grande educatore che è stato, ha dedicato tutta la vita a liberare quella creatività nascosta in ogni persona, ha chiamato la sua ricerca “maieutica” facendo riferimento proprio al metodo socratico. Ciò che differenzia i due concetti però è il fatto che la maieutica socratica è unidirezionale, mentre per Danilo Dolci la conoscenza viene fuori dall’esperienza e dalla sua condivisione e presuppone quindi la reciprocità della comunicazione. La maieutica reciproca di Danilo Dolci si fonda dunque sul chiedere, sull’esplorare , sul creare condiviso. Esso è un processo “reciproco” tra almeno due persone e si sviluppa normalmente all’interno di un gruppo, con una persona che inizialmente pone delle domande e altre che insieme cercano le risposte e rilanciano ulteriori approfondimenti.
Durante la sua vita Danilo Dolci ha lavorato a strettissimo contatto con la gente e le fasce più disagiate ed oppresse della Sicilia occidentale al fine di studiare possibili leve al cambiamento per un democratico riscatto sociale.
Conversazioni Contadine (Edizione Il Saggiatore) è una raccolta di riunioni di gruppo che si sono tenute a Partinico dal 13 aprile 1961 al 2 marzo 1962, documentate grazie a Franco Allasia (amico e collaboratore di Danilo Dolci). Nella premessa del libro (tra l’altro recentemente ripubblicato sempre da Il Saggiatore) è lo stesso Danilo Dolci a descrivere il metodo usato.
Il luogo – un locale contadino tradizionale del quartiere Spine Sante, in cui convergono soprattutto braccianti, “industriali”, alcuni vaccari e piccoli proprietari. Il Centro (Centro Studi per la piena occupazione) paga l’affitto, la popolazione paga la corrente della luce e della televisione. Non esistono finestre: per avere aria bisogna tenere aperta la porta.
Il tempo – le riunioni si tengono di solito il giovedì sera, appena gli ultimi tornati dal lavoro hanno finito di cenare, nei mesi estivi si inizia verso le nove e si prosegue per circa un’ora e mezzo.
I partecipanti – sono per lo più persone abitanti nella stessa strada, le più interessate, con qualche amico che viene da altri quartieri, qualche collaboratore del Centro e alcune volte qualche amico di passaggio. Il numero dei presenti varia da venti a trenta. I meno interessati spontaneamente sostituiti da altri più interessati. Alcuni dei più intimi purtroppo, nelle stagioni di maggior lavoro, sono assenti perché impegnati altrove.
La scelta dei temi – è avvenuta all’inizio su casi concreti, da parte nostra; via via si allarga e precisa a seconda degli interessi dei partecipanti e dello sviluppo della discussione.
Il metodo – è una riunione di gruppo in cui ciascuno costruisce sulla base delle proprie esperienze. Non rigidamente. Pressappoco così si sviluppa la conversazione: ciascuno dei partecipanti alla riunione, uno per uno, a giro, esprime il suo punto di vista sul tema. Di solito si bada di far parlare per ultimi coloro che più potrebbero inibire gli altri o per superiorità di cultura o per prestigio o altro; in modo che tutti possano esprimersi.
Finito il giro, uno, l’altro, chiedono la parola e si sviluppa un dibattito aperto. Il far esprimere tutti a giro, se ha in sé un certo formalismo, quasi una certa pressione su ciascuno ha il vantaggio di fare esprimere anche le persone più timide, e coloro che di solito, secondo il costume locale, non dovrebbero parlare: le donne per esempio.
Se l’atmosfera si fa intima, scavata, in piena tensione morale e intellettuale per molti, questo non dipende solo da un fatto tecnico, ma dal saper diffondere effettivamente rispetto reciproco, un’attenzione reale per le persone. Il clima amichevole catalizza l’atmosfera di questi incontri.

Alcuni temi trattati:
Cosa sono i piani di sviluppo? Occorrono?
È giusto ammazzare o non è giusto?
Che qualità deve avere un uomo per essere un vero uomo?
Come deve essere una donna?
Se uno di noi viene chiamato alla guerra, ci va?

Alcune delle risposte:
D. – Qualcuno di voi ha sentito parlare di piani di sviluppo?
Mimiddu – Sì, piano… secondo quello che vuole studiare nella sua mente, ciò che ci passa. E può essere anche un male, và! La persona per esempio che si mette a fare questo, può darsi che veramente cercasse di sviluppare, diciamo così, un’opera. Ma c’è quello che invece di fare quest’opera come lui la vuole rappresentare, vuole fare una cosa falsa. Sono due casi: è vero questo sviluppo che lui vuole fare? È onesto oppure è disonesto? L’opinione della persona, preciso, io non la posso avere.
D. – La signora ha sentito mai dire: piano, piano di sviluppo?
Za Dia – Il piano di sviluppo è quando uno diventa di quindici, sedici anni, e ha lo sviluppo; poi succede che ha qualche malattia nello sviluppo.

Mimiddu – E allora uno dice le guerre ci vogliono? Non ce ne vorrebbero guerre, ci vorrebbe la pace in tutto il mondo, perché a me che cosa ci hanno fatto sta gente straniera? Che l’ho mai vista? Non l’ho mai vista, non so come si chiama, non so come vive, non so come stanno, non mi hanno fatto mai del male, non ci abbiamo mai incontrato; per quale motivo, per quale ragione domani, per esempio, c’è la parola di uno: “tu devi fare la guerra contro questa gente!”. Per quale ragione?

Sempre nella premessa:
Queste riunioni, nel loro piccolo, sono la figura, il campione, seppure limitato, di come vorremmo operare su scala più vasta, catalizzando al massimo la ricerca di ciascuno, di ciascun gruppo, e poi la ricerca e l’opera comune, sempre meglio e sempre più di tutti, dal basso…
E dopo aver detto che non è sufficiente il cercare insieme dal basso, non si può non sottolineare una volta di più come ovunque sia indispensabile.

Da una intervista ad Amico, uno dei figli di Danilo.

Dicevi che il metodo di Danilo Dolci è stato adottato perfino dai poliziotti olandesi. Puoi raccontare?
Amico. Noi lavoriamo con tantissime scuole, dalle elementari all’università, ma soprattutto licei. Non ci provo neanche a spiegare cos’è il laboratorio maieutico, perché bisogna farne esperienza. Il fatto è che, anche moltiplicando le occasioni, si arriva fino a un certo punto; ci interessava la possibilità che qualcuno, incontrandoci una prima volta, progettasse una serie di laboratori da proporre poi ad altri, soprattutto nell’ambito della formazione degli adulti. Bene, abbiamo fatto un progetto e nel giro di due anni il risultato è stato che, in Olanda, un bravissimo professore di sociologia ha cambiato il suo corso di studi concentrandolo sull’educazione non violenta, quindi Paolo Freire, Aldo Capitini, Maria Montessori e Danilo Dolci.
Così abbiamo scoperto che tra i suoi allievi c’era un poliziotto che a sua volta ha proposto di sperimentare il metodo maieutico ai suoi compagni della pattuglia, della mobile. Ha detto: “Ma perché non proviamo anche noi ad andare in questo quartiere difficile e a chiedere a loro cosa si dovrebbe fare”.
Me l’ha raccontato personalmente. Ogni volta che entravano in questi quartieri, si ritrovavano con la macchina devastata da pietrate, sprangate, eccetera. Oltretutto non riuscivano a gestire la situazione. Così si sono messi a chiedere ai ragazzini, anche di 12-13 anni: “Se succede un guaio, voi che cosa ci consigliate di fare? Cosa dovremmo fare visto che non va bene quello che abbiamo fatto finora?”. Questo ha generato intanto il fatto che dopo un paio di settimane la macchina rimaneva illesa, non aveva più bisogno del carrozziere, ma le autorità, sentendo di queste relazioni, hanno finanziato una sperimentazione per realizzarlo nell’intera contea.

Vedi: I figli di D.D.
Altra importante testimonianza è quella raccontata da Daniele Novara (pedagogista, amico e collaboratore di Dolci dal 1983 al 1991) nel suo breve saggio La Pedagogia maieutica di Danilo Dolci: “Se c’è una metafora che può caratterizzare l’esperienza pedagogica di Danilo Dolci è senz’altro la metafora della domanda. Lo si può definire come l’educatore della domanda, ossia l’educatore che innesta tutta la sua azione formativa sul chiedere, sull’esplorare, sul creare, sull’interrogazione, ovviamente non in senso scolastico, ma nel senso dello scavo, dell’andare oltre l’apparente, cercando di scoprire il “non-noto”, ciò che è velato dalle tradizioni, dalla consuetudine, dagli stereotipi. In questo sta il richiamo al metodo maieutico, per cui Danilo Dolci è famoso. Il metodo del tirar fuori, del porre gli educati, i soggetti in crescita nella condizione di allargare la propria sfera di apprendimento a partire dalla capacità di utilizzare in maniera costruttiva le domande.
E qui vorrei partire da ricordi personali.
Nell’ultima parte della sua vita Danilo girava le scuole d’Italia incontrando i giovani. Una volta acquisita la disponibilità di alcune classi, chiedeva ai ragazzi di mettersi in cerchio, come faceva sempre. Anche questa disposizione delle sedie era qualcosa di assolutamente innovativo, di profetico. Oggi tutti riconosciamo la necessità di una disposizione del gruppo in una maniera diversa da quella scolastica, per mettere gli alunni a proprio agio o per favorire la ricerca collettiva, la discussione, il dibattito, l’approfondimento. Fin dai primi tempi in Sicilia Egli adottò questa disposizione del gruppo. Dunque, nelle classi Danilo faceva mettere i bambini o i ragazzi in cerchio, talvolta proponeva una delle sue poesie, e infine chiedeva ad ognuno “Qual è il tuo sogno?”. Questa domanda innescava nei ragazzi un’auto-riflessione, un confronto interno. Venivano fuori stati d’animo, sentimenti, scoperte enormi.
Il seminario che Danilo conduceva in fondo non era altro che questo: porre una provocatoria domanda.

In Danilo Dolci è chiaro che la politica è educazione e l’educazione è politica, in quanto i presupposti della democrazia sono presupposti culturali e non solo istituzionali. La democrazia, per Danilo Dolci, si forma innanzitutto nella cultura, nella testa delle persone.
Infine, per rendere omaggio a questo grande del ‘900, peraltro uno dei pochi educatori italiani noti in tutto il mondo assieme a Maria Montessori, appare utile rileggere una delle sue poesie:

C’è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo.
Forse c’è chi si sente soddisfatto, così guidato.
C’è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo.
C’è pure chi si sente soddisfatto, essendo incoraggiato.
C’è pure chi educa senza nascondere l’assurdo che è nel mondo, aperto a ogni sviluppo, cercando di essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono.
Ciascuno cresce solo se sognato.

Marisa Caboni


Presentazione (L.Schaffer)
L’incontro di oggi è il seguito naturale di quello del 5 ottobre scorso in cui Anna ha raccontato la sua esperienza del 1959 con Danilo Dolci a Corleone. Per oggi abbiamo individuato due temi di fondo del pensiero e dell’opera di questo grande uomo: maieutica reciproca (di cui vi parlerà Marisa Caboni) e nonviolenza (di cui vi dirò qualcosa io). Ma poiché il metodo maieutico elaborato da Dolci rientra nelle sue pratiche di lavoro nonviolento, e poiché sia Marisa che io non siamo né pedagoghe né sociologhe e quindi i nostri interventi saranno per forza di cose generici e lacunosi, scopo vero dell’incontro odierno è quello di suscitare un dibattito fra noi sul tema della nonviolenza, tanto attuale da essere stato addirittura scelto dal Ministero dell’Istruzione come una delle tracce per la maturità del 2014.

Maieutica reciproca (Intervento di M. Caboni)


Nonviolenza (Intervento di L.Schaffer)
Il concetto di nonviolenza implica ovviamente quello di violenza. Per questo io comincerò con un racconto-shock di Gino Strada, noto “nonviolento”: “Un cecchino di Sarajevo si lascia intervistare in una stanza quasi buia. Mi sembra incredibile: è una donna. Una donna che spara a un bambino di sei anni? Perché?
"Tra vent’anni ne avrebbe avuti ventisei", è la risposta che l'interprete traduce.
Il freddo diventa più intenso, fa freddo dentro. L'intervista finisce lì, non c'è altra domanda possibile. “
Nel 1979, sull’onda della diffusa preoccupazione per un eventuale futuro impiego della bomba atomica per la soluzione dei conflitti internazionali, Norberto Bobbio diede alle stampe un libro dal titolo “Il problema della guerra e le vie della pace”, in cui analizzava tutte le implicanze – materiali, giuridiche, economiche, morali - del concetto di guerra in generale e di quella atomica in particolare. A proposito del cosiddetto “pacifismo attivo”, Bobbio ne delinea tre forme o “vie”: incidenza sui mezzi (ossia disarmo), sulle istituzioni (accordi internazionali, tecniche della nonviolenza), e pacifismo ”finalistico” (trasformazione dell’indole dell’uomo). La prima forma o via (disarmo universale), considerata la più attuabile, è anche, secondo Bobbio, la meno efficace, perché – supposto che si raggiunga l’eliminazione delle armi – non si distrugge la conoscenza delle tecniche per ricostruirle. A proposito della seconda forma, o via, Bobbio osserva che un accordo internazionale può sempre essere violato unilateralmente. Un certo grado di attuabilità deve essere attribuito alle tecniche di non violenza, perché sono già state sperimentate, anche se soprattutto nelle lotte interne agli stati (scioperi, disobbedienza civile, ecc.) ma, scrive Bobbio, “…anche i più convinti sostenitori della non violenza non sono in grado di dare alcuna assicurazione… sull’efficacia universale (in tutte le circostanze)…dei metodi da loro proposti…”. E qui si chiede se i metodi che ottennero risultati sorprendenti nella lotta di liberazione dell’India sarebbero stati ugualmente efficaci contro il nazifascismo. C’è infine la via del pacifismo finalistico: rendere gli uomini miti e mansueti. Scrive Bobbio:” Se tutti gli uomini osservassero il precetto evangelico di amare il proprio prossimo o se fossero liberati dall’istinto di aggressione come sono stati liberati dal vaiolo o dalla lebbra, l’era delle guerre sarebbe finita. Ma quando mai avverrà questa renovatio? “. Il pessimismo di Bobbio mi pare più che mai evidente e condivisibile.
A Bobbio nuovamente ci collega un filo ideale quando leggiamo quanto scrive Gustavo Zagrebelski nella prefazione al libro della nostra amica Laura Operti “Per una cultura della nonviolenza”, pubblicato nel 2012 – che è poi la sua tesi di laurea il cui relatore era proprio Bobbio. Il libro è interessante ed estremamente chiaro, per cui ne raccomando la lettura a chi sia interessato all’argomento. Anche Zagrebelsky non appare ottimista quando dice di avere “…la sensazione…che la violenza in generale, e nel nostro Paese in particolare, sia aumentata e stia aumentando. Inutile perfino è raccontarla. Sarebbe comunque un racconto incompleto, tanto numerose sono le parti del mondo ignorate e dimenticate, dove sono in vigore espropri delle risorse per vivere; insicurezza e mercificazione delle persone; violenza sui deboli, bambini, donne, migranti, minoranze; uso della forza per interessi economici e politici; sradicamento di popoli e, se del caso, genocidi”. E prosegue (attenzione! ricordo che il testo è di due anni fa): “Mancano le immagini e i resoconti. Se quotidianamente, fedelmente e integralmente fossimo messi faccia a faccia con questi mali del mondo, e con le relative responsabilità, difficilmente reggeremmo lo sguardo.”
Zagrebelsky ci considera migliori di quello che siamo: reggiamo, eccome. A poco più di due anni da quelle parole siamo subissati di immagini di tutti gli orrori che egli descrive tanto che quasi non ci stupiamo più di ciò che vediamo o sentiamo.
Un’amica di questo nostro gruppo osservava qualche giorno fa che oggi ci preoccupiamo e i “media” alimentano sempre più le nostre preoccupazioni, perché è l’Occidente nella sua globalità che ora si sente minacciato. E’ sicuramente vero. E allora…CHE FARE ? per parafrasare il titolo di un libro famoso.
E’ la domanda che deve essersi posto Danilo Dolci quando, nel 1952, dopo l’esperienza di Nomadelfia, giunge a Trappeto, piccolo borgo annidato in una Sicilia sopraffatta dalla miseria, dal degrado materiale e morale, dal banditismo, dove le istituzioni dello Stato brillano per la loro assenza, se non connivenza con la mafia. Ma Danilo aveva già scelto da che parte stare e cosa fare, lui intuisce la sua risposta: agire concretamente sulla realtà, in modo non violento e corale, col contributo di tutti.
Cercherò di chiarire cosa significava per Dolci “nonviolenza” sviluppando il racconto delle tappe della succinta biografia di Dolci che vi ho letto mercoledì scorso, utilizzando soprattutto le sue parole.
Nell’ottobre del 1952 Dolci dà inizio al primo dei suoi numerosi digiuni sul letto di un bambino morto per denutrizione. Così egli racconta i fatti a Mao Valpiana, direttore di “Azione non violenta”, in una intervista del 1995: “Dopo alcuni mesi è capitato che mi hanno mandato a chiamare e mi hanno detto che c’era un bambino, figlio di una donna di Partinico, che stava morendo di fame, perché la donna non aveva latte e il marito era in carcere perché, dicevano, aveva rubato dei limoni per venderli. Lì, a Trappeto, non c’erano farmacie; sono andato rapidamente al paese vicino, ho preso del latte e l’ho portato lì, ma ciò non è bastato e ho visto il bambino morire. All’epoca non avevo letto nessun libro sulla nonviolenza, ma sfido una persona qualsiasi a non avere la stessa reazione: vedi morire un bambino di fame e ti viene naturale una reazione di protesta. Allora ho fatto una riunione con alcuni pescatori e contadini e insieme abbiamo preso la decisione grave che io avrei cominciato a digiunare e, se fosse andata male a me, sarebbero andati avanti gli altri. A che cosa miravamo? A togliere dall’estrema necessità il paese, un paese che non aveva fognature, non aveva acqua potabile, né farmacie, né telefono…Ho cominciato il digiuno, e il clamore suscitato ben presto si andò allargando. Alla fine siamo riusciti a strappare la promessa che avrebbero iniziato i lavori di sistemazione del paese entro tre mesi, minacciando di ricominciare il digiuno nel caso di mancato rispetto dei patti. Loro sono stati di parola… ecc. ecc.”. Evidentemente lo sciopero, in quel caso, ottenne lo scopo prefisso.
Il 10 dicembre dello stesso anno Dolci diffonde un lungo appello pubblico in cui, fra l’altro, si legge: “Sento ora necessario dichiarare che se sarò chiamato per uccidere o collaborare anche indirettamente alla guerra mi rifiuterò: non voglio essere assassino”. E’ forse la prima volta in Italia in cui si affronta pubblicamente il problema dell’obiezione di coscienza.
Seguono, per Dolci, anni di lavoro frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Nel gennaio 1956 organizza uno sciopero della fame sulla spiaggia di San Cataldo (un borgo di Trappeto) cui partecipano oltre mille persone, per denunciare il fenomeno diffuso, e tollerato dalle autorità, della pesca di frodo, che priva i pescatori onesti del loro unico mezzo di sussistenza. La manifestazione è vietata con la singolare motivazione che “un digiuno pubblico è illegale”!
I problemi sono tanti, tutti di difficile soluzione. Primo fra tutti il problema della disoccupazione. Ritenendo che il lavoro- secondo l’articolo 4 della Costituzione - non sia soltanto un diritto, ma anche un dovere, Dolci ha un’intuizione geniale: perché non può esserci uno sciopero al contrario, in cui chi è disoccupato sente il “dovere” costituzionale di lavorare per la collettività? L’intento provocatorio – o meglio, quello di attirare l’attenzione pubblica sul problema – è evidente. Il 13 gennaio 1956 Dolci trasmette alla Radiotelevisione di Torino un testo in cui, fra l’altro, descrive quello che si può chiamare, a posteriori, una involontaria “prova generale” del più famoso “sciopero alla rovescia” che avrà luogo pochi giorni dopo a Partinico. Cito un brano del testo riportato integralmente nel libro di Dolci “Processo all’articolo 4”: “…C’era una strada di campagna, delle più necessarie, quasi impraticabile. La pioggia, il tempo, ne avevano scoperte le sconnesse ossa, fra fangosi affossamenti. Piuttosto che rimanere per mesi e mesi con le mani in mano non è meglio mettersi ad aggiustarla? Centinaia di braccianti ci stanno: cominciano a intuire che le vere rivoluzioni si fanno generosamente, con la testa a posto, sacrificandosi esattamente per tutti – non sparando. E una mattina presto, sotto una pioggia minuta che riduce a un centinaio i volontari, si va con badili e picconi alla trazzera. Arrivati a un posto particolarmente impraticabile, tutti al lavoro, diretti diligentemente dai «mastri». Un’ora non passa, che arrivano agenti di pubblica sicurezza e carabinieri: ventotto. Nella piazza del paese intanto arrivano da Palermo due autocarri colmi d’una cinquantina di poliziotti di rinforzo: il commissario ordina di cessare immediatamente i lavori alla trazzera: - e’ un reato. Vi posso buttare tutti in galera -. Insiste bestemmiando, minaccia di farci «caricare»”.
Seguono parole che colpiscono particolarmente il lettore: “E’ quasi con vergogna che vi dico che, persuasi o no, (mentre gli operai, impediti a quella pura collaborazione alla vita, gridavano : - Basta coi mitra, vogliamo lavoro! -) quella mattina, rimandando l’iniziativa, siamo ritornati al paese. Ce ne siamo andati…Ora, quando torno, se non avremo altro lavoro… non ci sarà carica di polizia che ci potrà impedire di lavorare”.
Dolci “prova vergogna” per quella ennesima vittoria della forza brutale delle istituzioni sui cittadini inermi, non per sé, certo, o per i manifestanti, ma – penso io – per il suo Paese.
Il 2 febbraio 1956 ha luogo il più noto “sciopero alla rovescia”. La reazione repressiva dello Stato è nuovamente violenta: una carica delle forze dell’ordine disperde i manifestanti, mentre gli organizzatori vengono arrestati e tradotti all’Ucciardone. La notizia, che occupa le prime pagine dei giornali, provoca un vivace dibattito in Parlamento, dove decine di parlamentari chiedono al Governo di chiarire i motivi dell’arresto e di assumere provvedimenti contro i funzionari di polizia che lo hanno disposto. Si istituisce il processo. Fior di avvocati (Federico Comandini, Francesco Taormina, Nino Sorgi, Antonino Varvaro, Achille Battaglia, Piero Calamandrei) assumono la difesa degli accusati; fior di testimoni a difesa (Lucio Lombardo Radice, Norberto Bobbio, Elio Vittorini, Vittorio Gorresio, Carlo Levi, per citarne soltanto alcuni). Gli uni e gli altri tentano di spiegare, nel corso del processo, chi è Danilo Dolci e quali sono le ragioni che ne dettano le azioni; cercano di far comprendere perché spesso accompagna manifestazioni di contadini o pescatori con musiche di Bach o di altri grandi musicisti; parlano di un “linguaggio nuovo” della sua comunicazione; chiedono stupefatti come sia possibile definire Dolci “individuo dalla spiccata capacità di delinquere” (il P.M. Di Giorgi).
Della infuocata arringa di Calamandrei al processo è piuttosto noto il brano in cui riferisce le parole del Pubblico Ministero che invita i giudici a non tenere conto delle “correnti di pensiero” e Calamandrei, giustamente – con riferimento all’art. 4 della Costituzione - obietta “Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero?”.
Per concludere il discorso sul famoso processo, mi pare interessante un altro brano della stessa arringa: riferendosi al P.M Di Giorgi che aveva definito quello di Dolci “utopismo mistico” Calamandrei risponde: “Par che dica, il commissario Di Giorgi: «Danilo, ma chi te lo fa fare? Sei giovane, sei istruito, sei un architetto, uno scrittore. Non sei di queste terre desolate…Chi te lo fa fare?». Chissà quanti avranno avuto lo stesso pensiero e quanti ancora l’avrebbero...
In quegli anni Dolci è insignito di innumerevoli onorificenze e premi, fra cui – nel 1958 – il Premio Lenin per la Pace (che Dolci accetta precisando di non essere comunista) e con i soldi del premio costituisce il primo Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, cui seguiranno molti altri nella zona. Proprio in quella sede, nel corso di una riunione Dolci chiede ai partecipanti se secondo loro ci fosse nella zona una leva per riuscire a cambiare la situazione economica del territorio. Ed ecco che (e qui riporto quanto racconta Dolci nella già citata intervista a Mao Valpiana) : ”Un certo Zu Natale Russo dice «Qui durante i sei mesi dell’estate non piove mai e la terra arida produce poco o niente; ma d’inverno piove molto e tutta l’acqua va sprecata nel mare. Si dovrebbe – dice lui che non aveva mai visto una diga – fare un bacile». ….Dunque quel contadino aveva avuto un’intuizione importantissima...”.
Da qui nasce il progetto di una diga per sfruttare le acque del fiume Jato. Un urbanista prepara un plastico grazie al quale anche chi non sa leggere i disegni tecnici capisce come sia possibile formare un lago con le acque di un fiume. La realizzazione richiederà quasi dieci anni di lotte e mobilitazioni popolari non violente ma infine la diga, sottraendo alla mafia il monopolio delle scarse risorse idriche, consentirà la nascita nella zona di numerose cooperative e una crescita economica del territorio impensabile prima. Danilo Dolci potrà dire, nella stessa intervista a Valpiana: “Questi (i mafiosi) non hanno studiato alla London School of Economics ma sanno che se c’è una diga c’è più acqua e di conseguenza il prezzo diminuisce; difatti adesso che c’è la diga il prezzo dell’acqua è sei volte meno di 15 anni fa”.
Negli ultimi anni l’interesse per il tema della nonviolenza sembra aver avuto un risveglio: si sono svolti seminari sull’argomento, sono stati ricordati i nomi dei grandi “nonviolenti” della storia, si sono ripubblicati libri di D.D., a lui è stata dedicata la manifestazione “Memoria e Utopia” svoltasi a San Salvario nel 2013 e, se si va su Internet, si trova una miriade di siti di associazioni che si occupano del tema della nonviolenza. Questo può sembrare in contraddizione con quanto ho detto all’inizio a proposito del nostro aver fatto “il callo” di fronte alle notizie degli orrori che ci giungono da tutto il mondo.
Voi cosa ne pensate?

Bibliografia:
- DOLCI D., Una rivoluzione non violenta, Milano, Terre di Mezzo, 1999
- DOLCI D., Banditi a Partinico, Palermo, Sellerio Editore, 2009
- DOLCI D., Processo all’articolo 4, Palermo, Sellerio Editore, 2011
- BOBBIO N., Il problema della guerra e le vie della pace, Bologna, Il Mulino, 1984
- OPERTI L., Per una cultura della nonviolenza, Torino, Trauben, 2012
- Articoli vari a cura del Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci

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